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MAGALLÁNICA, Revista de Historia Moderna: 12 / 23 (Dossier) Julio - Diciembre de 2025, ISSN 2422-779X
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ET NONDIMENO FINIS.
I GESUITI ALLE SOGLIE DEL SETTECENTO TRA CONFLITTI, DISOBBEDIENZE, ESILIO*
Lina Scalisi
Università di Catania, Italia
Recibido: 01/09/2025
Aceptado: 22/09/2025
Resumen
Tra maggio e giugno 1717, oltre centotrenta di gesuiti lasciarono l’isola per disobbedienza al potere civile nelle vicende derivanti dallo scontro giurisdizionale in atto tra la Santa Sede e Vittorio Amedeo II, nuovo sovrano dell’isola dopo le decisioni di Utrecht. Si tratta di una vicenda meno conosciuta del conflitto noto come controversia liparitana, avvenuto negli ultimi anni del governo spagnolo e accesosi di nuova linfa laica dopo l’arrivo del sovrano piemontese e dei suoi ministri e consiglieri. Nel caso della Compagnia di Gesù, infatti, l’intransigenza del Savoia nel richiedere fedeltà, palesò le profonde lacerazioni tra i padri, molti dei quali mostrarono di recepire le tensioni ideali del tempo e un diverso rapporto con la Santa Sede. È da tale prospettiva, quindi, che nelle pagine successive proverò a delineare quel particolare frangente politico che, peraltro, esemplarmente rivelò quanto fosse diversa l'Europa uscita dalla pace di Utrecht rispetto al passato e non solo per i cambi dinastici che ne derivarono, ma per la radicalità delle scelte del potere civile nei confronti del potere ecclesiastico, specchio delle tensioni politiche, sociale e ideali del tempo.
Parole chiave: Utrecht; Vittorio Amedeo II; interdetto; conflitto; gesuiti.
ET NONDIMENO FINIS.
LOS JESUITAS A LAS PUERTAS DEL SIGLO XVIII ENTRE CONFLICTOS, DESOBEDIENCIA Y EXILIO
Resumen
Entre mayo y junio de 1717, más de ciento treinta jesuitas abandonaron la isla por desobedecer al poder civil en los acontecimientos derivados del conflicto jurisdiccional entre la Santa Sede y Víctor Amadeo II, nuevo soberano de la isla tras las decisiones de Utrecht. Se trata de un episodio menos conocido del conflicto conocido como la controversia liparitana, que tuvo lugar en los últimos años del gobierno español y que cobró nuevo impulso laico tras la llegada del soberano piamontés y sus ministros y consejeros. En el caso de la Compañía de Jesús, de hecho, la intransigencia de los Saboya al exigir lealtad puso de manifiesto las profundas divisiones entre los padres, muchos de los cuales mostraron comprender las tensiones ideológicas de la época y una relación diferente con la Santa Sede. Desde esta perspectiva, en las páginas siguientes intentaré esbozar esa particular coyuntura política que, por otra parte, reveló de manera ejemplar lo diferente que era la Europa que salió de la paz de Utrecht con respecto al pasado, y no solo por los cambios dinásticos que se derivaron de ella, sino por la radicalidad de las decisiones del poder civil frente al poder eclesiástico, reflejo de las tensiones políticas, sociales e ideales de la época.
Palabras clave: Utrecht; Víctor Amadeo II; interdicto; conflicto; jesuitas.
ET NONDIMENO FINIS.
THE JESUITS AT THE DAWN OF THE EIGHTEENTH CENTURY AMID CONFLICTS, DISOBEDIENCE AND EXILE
Abstract
Between May and June 1717, over 130 Jesuits left the island in disobedience to civil authority following the jurisdictional dispute between the Holy See and Victor Amadeus II, the island's new sovereign after the decisions of Utrecht. This is a lesser-known episode of the conflict known as the Lipari controversy, which took place in the final years of Spanish rule and was reignited with new secular vigour after the arrival of the Piedmontese sovereign and his ministers and advisers. In the case of the Society of Jesus, in fact, the Savoy's intransigence in demanding loyalty revealed the deep divisions among the fathers, many of whom showed that they understood the ideological tensions of the time and had a different relationship with the Holy See. It is from this perspective, therefore, that in the following pages I will attempt to outline that particular political juncture which, moreover, exemplarily revealed how different Europe was after the Peace of Utrecht compared to the past, not only because of the dynastic changes that resulted from it, but also because of the radical nature of the choices made by civil power towards ecclesiastical power, reflecting the political, social and ideological tensions of the time.
Keywords: Utrecht; Victor Amadeus II; interdict; conflict; Jesuits.
Lina Scalisi. Ordinario di Storia Moderna presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania, prorettrice del medesimo Ateneo, già Coordinatore della classe di Scienze Umanistiche e Sociali della Scuola Superiore d’Ateneo, Académica corespondiente de la Real Academia de la Historia, componente del collegio dei docenti del Dottorato in Storia della Scuola Normale Superiore di Pisa e del board di riviste nazionali ed europee. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia politica e culturale dell’aristocrazia europea in età moderna; la storia urbana e la storia socio-religiosa.
Correo electrónico: l.scalisi@unict.it
ID ORCID: 0000-0001-6081-0943
ET NONDIMENO FINIS.
I GESUITI ALLE SOGLIE DEL SETTECENTO TRA CONFLITTI, DISOBBEDIENZE, ESILIO
Il 24 marzo 1898 su L’Italia, quotidiano edito a San Francisco e diffusissimo sulla costa occidentale degli Stati Uniti,[1] usciva un articolo a due colonne intitolato Il cinquantenario patriottico. La cacciata dei gesuiti, ovvero una violenta requisitoria contro la Compagnia di Gesù, definita la setta che per secoli aveva manipolato le coscienze dei sovrani e dei maggiori ministri e che, cacciata dall'Europa nella seconda metà del Settecento ma restaurata dal Congresso di Vienna, aveva proseguito i suoi loschi traffici finendo per essere allontanata dalla Russia, dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo e, in ultimo, dal Piemonte contro cui cospirava, visto che i suoi padri
“come nel 1715 avevano sollevata la Sicilia contro Vittorio Amedeo II, così tentarono ogni mezzo per impedire la salita al trono di Carlo Alberto e favorire la successione da Carlo Felice a Francesco IV di Modena, l'esecutore di Ciro Menotti” (AUTORE: 1898 “Il cinquantenario patriotico. La cacciata dei gesuiti”. Italia, vol. 12, n. 69, 24 marzo 1898).
Frutto del cambio di rotta alla linea del giornale, impresso dal nuovo editore Ettore Patrizi, un ingegnere umbro emigrato nel 1893 ed intenzionato a promuovere una visione positiva della madrepatria assente in buona parte della stampa italoamericana della costa occidentale, l'articolo era, quindi, centrato sulla narrazione dei Savoia liberatori dell'Italia dallo straniero e in lotta contro i nemici della patria. Tra di loro i gesuiti, pesantemente attaccati in Italia dalla letteratura patriottica piemontese già nei decenni precedenti la riunificazione nazionale. Contro di loro, si era scagliato, ad esempio, Carlo Botta che nel suo La Storia di Italia continuata da quella del Guicciardini -testo diffusissimo nell'Ottocento e amato tanto dai democratici, quanto dai conservatori-,[2] li additava come profittatori della benevolenza dei sovrani, al soldo dei pontefici.
Il che era avvenuto anche -come richiamato nell'articolo statunitense- al tempo della controversia liparitana (1711) dalle note e drammatiche conseguenze, ovvero la scomunica dei ministri regi cui fece seguito il decreto di espulsione di vescovi e religiosi e, da parte pontificia, l'interdetto sull'intera isola.[3] Un terribile conflitto giocato senza esclusione di colpi dal 1713 al 1728, quando Benedetto XIII e Carlo VI d'Asburgo raggiunsero il compromesso noto come Concordia benedettina. Prima di allora, però, molti ecclesiastici presero la strada dell'esilio compresi i gesuiti che furono dichiarati nemici dello stato, del popolo, della religione e verso i quali rimase un'avversione che si tramandò nel tempo tra le fila della storiografia sabauda.
Pure, al di là dello scontro politico e culturale, quel che avvenne in quegli anni, quando moltissimi gesuiti furono esiliati dal regno e i beni della Compagnia sequestrati, fu molto più complesso e, in più, palesò le profonde lacerazioni tra i gesuiti nell'isola, molti dei quali mostrarono di recepire le tensioni ideali del tempo e un diverso rapporto con la Santa Sede. È da tale prospettiva, quindi, che nelle pagine successive proverò a delineare quel particolare frangente politico che, peraltro, esemplarmente rivelò quanto fosse diversa l'Europa uscita dalla pace di Utrecht e non solo per i cambi dinastici, ma per la radicalità delle scelte del potere civile nei confronti del potere ecclesiastico rispetto al recente passato.
La controversia liparitana
Tale affermazione deriva dalla constatazione che in Sicilia il conflitto giurisdizionale tra stato e chiesa non era certo una novità; anzi, anche prima di allora aveva raggiunto momenti di profonda crisi, nel corso delle quali si erano consumate accese controversie inerenti innanzitutto la veridicità del privilegio dell'Apostolica Legazia,[4] concesso da Urbano II al conte Ruggero quale premio per aver riconquistato l'isola al cristianesimo e trasmessosi, a seguire, a tutti i sovrani del regno che, tramite esso godevano di notevoli potestà in campo ecclesiastico, nonostante il fiero disappunto della Santa Sede che lo riteneva prerogativa manifestamente arbitraria che minava alle radici le potestà della Chiesa. Disappunto che dalla fine del Quattrocento si tradusse in una difficile partita tra la monarchia spagnola e la curia romana che si mantenne, però, in ambito diplomatico. Tutto il contrario di quanto avvenne, invece, nel 1711 quando l’incidente tra gli ufficiali civili e gli uomini del vescovo di Lipari, il benedettino Nicolò Tedeschi, diede l'avvio allo scontro aperto tra stato e chiesa.
Per quanto, infatti, inizialmente fosse un episodio di scarso rilievo -poco più che una scaramuccia, peraltro abbastanza frequente- la personalità del vescovo -un esperto e ambizioso conoscitore della curia romana, deciso ad accrescere il proprio peso tra i prelati dell’Isola-[5] e la ferma volontà del potere civile di mantenere nei nuovi domini le prerogative regie in materia ecclesiastica, ne fecero il pretesto per un durissimo scontro fra poteri e giurisdizioni nel corso del quale si ebbero una serie vicendevole di sanzioni, pene, scomuniche, assoluzioni, espulsioni, confische di beni.
Ad iniziare fu proprio il vescovo Tedeschi che, esiliato a Roma, si impegnò con tutti i mezzi affinché il pontefice dichiarasse l'impossibilità della Regia Monarchia di assolvere dalle scomuniche i giudici ordinari e invitasse i vescovi ad agire di conseguenza.[6] Tuttavia, l'alto clero isolano rispose in modi contrastanti che andarono dalla calma misurata dei vescovi di Palermo, Monreale e Patti, che richiesero l'exequatur regio per la lettera della Sacra Congregazione dell'Immunità che formulava la condanna contro il potere civile; alla prudenza dei vescovi di Messina, Siracusa e Cefalù, che si rivolsero all'organo romano per discutere le implicazioni politiche, fino alla pubblicazione della lettera da parte dei vescovi di Agrigento, Mazara e Catania. Fu contro quest'ultimi che si scagliò la rappresaglia del viceré Carlo Spinola, marchese di Los Balbases (BAZZANO, 2018: 740-742), che, tra aprile e giugno, ordinò prima l'esilio del vescovo di Catania, che prima di partire impose un interdetto sulla diocesi;[7] poi quello dell'arcivescovo di Messina, Giuseppe Migliaccio, che, però, partì senza lanciare l'interdetto; e, infine, quello del vescovo di Agrigento, che questi intraprese dopo aver comminato l’interdetto alla sua diocesi e precisato la successione dei suoi vicari, spia dell’esistenza di un dissenso interno al clero.
Nel frattempo, sebbene i provvedimenti presi dai due vescovi fossero stati dichiarati nulli dal Tribunale della Monarchia, iniziarono a emergere le conseguenze del conflitto sulla popolazione. Nelle diocesi, il clero e i fedeli si divisero tra quanti riconoscevano valido l'interdetto e si astenevano dal celebrare nelle chiese, e quelli che seguivano le tesi regie e continuarono come di consueto, mentre in tutto il regno vennero inviati funzionari per riaprire a forza le chiese e arrestare i religiosi più ostinati. Intanto, la politica internazionale estremizzava la crisi dal momento che dopo la pace di Utrecht (1713) e il passaggio dell'isola ai Savoia,[8] il sovrano piemontese, inasprito dal rifiuto del papa di riconoscergli la sovranità sull’isola, inviava a Catania l'abate Francesco Barbara e il ministro Ignazio Perlongo, presidente del Real Patrimonio, con il compito di convincere il clero locale a non obbedire all’interdetto,[9] e, con la stessa missione, il giudice Loredano ad Agrigento. Né fu da meno Clemente XI che con altrettanta rigidità abolì i diritti della corona in materia ecclesiastica, senza però cedere del tutto all'intransigenza richiestagli dai vescovi esiliati che premevano per l'adozione di misure più severe contro il Savoia, come documentato dall'abate Del Maro che dal 1711 risiedeva a Roma per curare gli interessi piemontesi.[10]
Nel frattempo, nelle diocesi interdette si aggravavano i problemi di ordine pubblico alimentati da una intensa propaganda filo curiale diretta a convincere i fedeli del carattere spirituale della controversia e del peccato mortale in cui sarebbero precipitati coloro che non avessero osservato l’interdetto; e dagli inviati della Santa Sede che, travestiti da frati, sbarcavano di nascosto nell’Isola per incitare il popolo alla resistenza in nome del papa. Ma fu, soprattutto, all'interno del clero che emersero dubbi finora taciuti dal momento che se molte chiese rette dagli ordini regolari chiusero su ordine dei loro generali, altrettante chiese rette dal clero secolare rimasero aperte e molti sacerdoti difesero il Tribunale della Monarchia sostenendo che la Santa Sede non potesse giudicare i crimini dei chierici in modo imparziale, sia per le difficoltà logistiche di trasferimento a Roma, sia per la percepita mancanza di giustizia da parte dei giudici romani.[11]
Insomma, molti di loro parteciparono ai medesimi dubbi espressi sottotraccia da alcuni dei vescovi ancora nel regno come, appunto, il vescovo di Palermo la cui adesione al dettato romano fu così tiepida da non impedirgli, il 24 dicembre 1713, di celebrare l'insediamento di Vittorio Amedeo II e della sua sposa nella cattedrale. In realtà, un atto che poté compire per via del naufragio della nave che trasportava i brevi pontifici che imponevano la scomunica a chi non osservava le disposizioni papali.[12] Intanto da Roma, i vescovi esiliati scrivevano ai fedeli delle loro diocesi per confortare i credenti privati dei sacramenti dai sacerdoti che, nel rispetto degli interdetti, si rifiutavano di celebrare le funzioni religiose e che, per tale ragione, venivano esiliati e i loro beni confiscati.
Andrea Riggio, ad esempio, scrisse ai membri della sua diocesi spiegando che a causa delle persecuzioni governative, a Catania rimanevano solo gli inosservanti sicché, aveva emanato un nuovo Editto nel quale dichiarava, basandosi sulla dottrina dei teologi, che ogni fedele, in caso di necessità, potesse confessarsi con confessori inosservanti.[13] Una posizione divergente dalla strategia finora da lui adottata di porre la diocesi in una sorta di ingovernabilità nominando e sostituendo diversi vicari e/o sospendendo tutti i sacerdoti inosservanti al punto che molti ecclesiastici si allontanarono dalla città per evitare di prendere posizione contro il governo (MANDUCA, 2012: 126-129). Di tutt'altro avviso, invece, il vescovo di Lipari, monsignor Tedeschi, secondo cui nessun ecclesiastico scomunicato poteva celebrare i sacramenti poiché si trattava di una scomunica vitandi che poteva essere assolta solo dal papa.[14] Ma, al di là delle questioni dottrinali e contrariamente a quanto sostenevano i vescovi espulsi, il clero delle parrocchie, in gran parte, restò fedele al sovrano mentre i pochi che si comportarono in modo diverso furono spiati, perseguitati o espulsi dal potere civile.
Tra i regolari, i gesuiti
Non sempre, però, tra i regolari l'adesione alle disposizioni papali fu completa. A fronte dello zelo manifestato dai Cappuccini, tra i diffusori della voce che il Savoia fosse un tiranno che emulava le gesta dei più efferati imperatori romani, molti altri Ordini simpatizzarono con le autorità civili come, ad esempio, i domenicani che si mantennero per mesi indifferenti alle pressioni romane. Vittorio Amedeo fu altresì in grado di contare su una sorta di neutralità dei gesuiti, inizialmente tenuti in considerazione dal sovrano che ne temeva la ricchezza, la potenza e il radicamento politico e sociale nel regno (SYMCOX, 1989: 377; CATALANO, 1973: 101-102). Relazioni che, però, peggiorarono nel breve fino alla completa rottura, cosa raramente verificatasi con la monarchia spagnola, con la quale gli scontri giurisdizionali c'erano stati ma non si erano mai spinti al punto da porre la Compagnia a scegliere tra obbedienza al pontefice o obbedienza al re. Domanda che, invece, fu loro posta nell'isola in quel secondo decennio di un secolo che, per molti altri versi, già li attaccava su molti fronti.
Un peggioramento dei rapporti palese nell'autunno del 1714, come riferito da padre Paolo Sala, il provinciale della Compagnia, al Generale Michelangelo Tamburini che chiedeva conto del perché si continuassero a professare i sacramenti nelle loro chiese -come era stato riferito al Santo Padre dal vescovo di Catania- e al quale Sala rispose che farlo era stato ritenuto un male minore rispetto al chiuderle “con il pericolo di perdere ogni cultura di cristianità e anche la fede in questi torbidi così perniciosi alla buona intelligenza delle verità cattoliche”.[15] Certo, avevano sbagliato perché persuasi che così come era loro dovere convertire eretici e missionari, anche travestendosi da secolari, altrettanto lecito fosse dissimulare per il bene della chiesa. Ma da quel momento avrebbero obbedito ed erano pronti per l'esilio, in ordine al quale il provinciale sottoponeva a Tamburini una serie di questioni pratiche atte, per loro natura, a mostrargli le difficoltà che la Compagnia avrebbe affrontato nel prossimo futuro.
La "dissimulazione onesta", quindi, come strumento orgogliosamente rivendicato dal provinciale figlio di una cultura che l'aveva eletta a modello politico e che tantissimi strali aveva attirato e attirava contro la Compagnia fin dai secoli precedenti.[16] In ogni caso, una strategia non condivisa dai confratelli, come lamentato da padre Pietro Maria Reggio nel febbraio successivo, con una missiva consegnata a mano al generale da un confratello per informarlo che, ripetutamente, aveva chiesto al provinciale di applicare le disposizioni papali senza, però, persuaderlo; e che era opinione comune che fossero state distrutte le lettere che glielo ordinavano. Si era anche sparsa voce che il pontefice avesse sospeso padre Girolamo Pisano, prefetto degli studi, ritenuto “il principale artefice della continuazione degli uffici da parte dei nostri dei luoghi interdetti per la dottrina data da lui benché questi lo neghi”; dottrina che era alla base anche degli incidenti occorsi a Piazza e Castrogiovanni, dove tutte chiese erano state chiuse, ad eccezione di quelle della Compagnia. Questa era la verità. Nondimeno, che il Generale stesse sereno, perché quando il ministro Perlongo, l'avvocato fiscale della Gran Corte, avrebbe chiesto loro se ritenessero necessario il regio exequatur agli ordini papali, avrebbero ribadito l’obbedienza al pontefice, nonostante alcuni confratelli praticassero opinioni pericolose e nelle messe della Compagnia si tollerasse la presenza di ministri scomunicati.[17]
Il documento rivelava, dunque, i contrasti interni alla Compagnia nei confronti del provinciale e di confratelli come il prefetto Pisano, accusato di essere uno dei maggiori sostenitori della resistenza all'osservanza dell'interdetto. Cosa peraltro confermata dallo stesso prefetto in una lettera del 18 novembre, in cui sosteneva di celebrare in pubblico e di assistere al coro senza timore di incorrere in colpa o censura:
“Essendo opinione indubitata presso tutti i teologi e canonici che "timor gravis excusat ab incursu, et observantia censurae, quando abest contemptus ecclesiasticae iurisditionis, et scandalum. Che nel caso nostro assista timor gravis è troppo manifesto. E manifesto ancora, che absit contemptus, poiche il nostro Ré (che Dio guardi) si mostra in fatti, ed in parole riverentss.o alla Sede Apstolica, ed a me costa, che egli desidera, e cerca, il pacifico aggiustamento col sommo Pontefice [..] Se poi ha dato, ò permesso qualche passo, non ha proceduto da poca stima della Giurisditione Ecclesiastica, ma dal ius di mantenere, e difendere li privilegij in vim remunerationis concessi alla Monarchia; oltre che sempre ha operato con la consulta di Teologi, e Ministri”.[18]
I documenti di cui sopra, palesano dunque la qualità del dissenso in atto nella provincia e, al tempo, le pressioni dei differenti centri di potere, più e più volte riportare nel fitto carteggio compreso tra inverno ed estate 1715, quando si consumò lo scontro tra la Compagnia e il potere civile, rappresentato dal viceré Maffei e dall'entourage di ministri e giureconsulti che lo assistevano. Intanto, nella provincia siciliana i contrasti aumentavano tra i fedelissimi a Roma e i sostenitori di una linea più moderata, giustificata tanto dalla necessità di non abbandonare i fedeli e tutto quello che si era costruito fino ad allora nel regno, quanto da motivazioni teologiche più in linea con il pensiero del tempo che allignava, oramai, anche nell'ordine religioso che aveva come quarto voto l'obbedienza al papa.
Né poteva essere altrimenti in quel primo Settecento segnato da cambiamenti dinastici, politici e culturali che contribuirono al mutato atteggiamento delle monarchie europee verso il potere religioso. Nondimeno, va rilevato come l'inasprimento sabaudo non fu solo particolarmente duro, ma partecipò alla costruzione di una memoria storica fatta di difficili rapporti con la Santa Sede; memoria rievocata all'indomani dell'Unità di Italia, quando quegli accadimenti furono ricordati tramite la pubblicazione di documenti che rivelarono, insieme alle ostilità che intercorsero tra le parti, il duro giudizio verso Clemente XI, descritto dall'ambasciatore sabaudo, conte Provana, “sui sessantott'anni, vegeto e robusto; dotto e pretensioso in latinità, ma ignorante di scienze; tenuto in opinione di poca fede e di religioso per semplice mostra; pochi i Principi con cui non vivesse in liti e in sospetti; propenso ad aprir volentieri le orecchie all'adulazione, testardo, bisbetico” (STELLARDI, 1863). Un pontefice che non aveva lasciato margini alla trattativa in una curia in cui i vescovi di Catania e Lipari davano per certi i tumulti della popolazione e dove vi era “la solita fiducia nel mal’animo della corte di Vienna contro Vittorio Amedeo; e con ciò, indifferenza per la interposizione in favor di costui delle due corti di Francia e di Spagna, la quale non sarebbe andata al di là di vuote e inefficaci parole” (STELLARDI, 1863: 130-131).
Richiamare alla memoria degli italiani che il pontefice che negava la sovranità dei Savoia sull'Italia appena riunita dallo straniero, agiva così solo per mantenere privilegi e poteri ad onta della libertà, fu anche alla base della pubblicazione in quello stesso anno del Discorso istorico-apologetico della Monarchia di Sicilia (CARUSO, 1863), scritto nel 1714 dallo storico Giovan Battista Caruso su commissione regia, per confutare dal punto di vista storico e dottrinale le tesi romane: ovvero che i diritti circa sacra dei sovrani dell'isola spettavano loro non solo perché titolari del privilegio della Legazia Apostolica, ma perché persone sacre esse stesse a cui competeva anche la autorità nella “disciplina esterna delle cose ecclesiastiche e la forma esteriore de’ giudizi contenziosi”, perché materie inerenti all’ordine pubblico; e che tutto ciò era in linea con le riflessioni e le prassi in atto in Francia, in Spagna e a Venezia (CONDORELLI, 2014: 458-459).
Una serrata difesa del privilegio che ebbe larga diffusione fuori dalla penisola e che lo stesso Vittorio Amedeo inviò al teologo parigino Luis-Ellies Du Pin, autore de la Défense de la Monarchie de Sicile contre les enterprises de la Cour de Rome (1716). La Francia gallicana in soccorso, quindi, del Piemonte sabaudo in quel travagliato Settecento, cui rispose da Roma Clemente XI emanando segretamente la bolla di abolizione del privilegio, resa poi pubblica l'anno dopo.
Intanto da Palermo, il provinciale Sala non poté più indugiare nell'ordinare l'osservanza dell'interdetto ai collegi e alle case della Compagnia[19], mentre, in contemporanea, affrontava il viceré al quale comunicò che i confratelli avrebbero da allora in poi osservato l'interdetto perché le dottrine “per le quali stimavano di non poter, lecitamente, osservarlo erano state dichiarate false e 'male' e se non 'male', malamente applicate”. Come si aspettava, Maffei rispose ricordandogli le conseguenze di tale condotta e accusando alcuni padri di sobillare le maestranze alla rivolta, materia inerente la ragion di stato. E a nulla servirono le giustificazioni del provinciale che spiegò al viceré come i confratelli avessero, piuttosto, calmato quanti protestavano invitandoli a presidiare i bastioni e a provvedere alla sicurezza della città, poiché Maffei ordinò che gli accusati lasciassero subito dall'isola e che nessuno proseguisse nel loro operato perché li avrebbe prima carcerati e, poi, esiliati.[20] Altrettanto difficile il colloquio con il giudice della Monarchia che interrogatolo sulla partenza di padre Pisano da Palermo, costrinse il provinciale ad spiegargli che si era trattato di una scelta dello stesso Pisano per evitare di entrare in urto con le disposizioni romane e di essere interrogato dai confratelli e dai fedeli sulle sue idee.
Nondimeno, entrambi gli incontri erano serviti ad informare il viceré e il giudice della Monarchia delle disposizioni generalizie contenute nella lettera del 16 febbraio,[21] e ad avviare l'invio delle nuove istruzioni ai collegi dell'isola che via, via chiusero collegi e chiese e avviarono un naturale esodo verso Palermo.
Ma non tutti i gesuiti concordarono con le decisioni romane come palesarono alcuni memoriali indirizzati al generale Tamburini, tra cui quello del padre catanese Agatino Tedeschi che nel marzo 1715, scrisse al superiore per sottoporgli le riflessioni sue e del confratello Domenico Maria Turano riguardo le accuse mosse dalla Santa Sede alla Compagnia in Sicilia e che, a loro avviso, si riducevano a due capi d'imputazione: ovvero, la mancata osservanza dell'interdetto da parte di molti e le dottrine insegnate da alcuni di loro. Era, allora, necessario consegnargli la “pura, ed istorica narrazione” rimettendo “la giustificazione al giudizio de' nostri, e di quanti altri si degneranno leggere, ò udire questa” poiché riguardo la prima accusa, rammentava che quando l'interdetto lanciato dal vescovo di Catania era stato annullato dalla Regia Monarchia, l'allora padre provinciale Barbieri aveva investito della questione padre Pisano che gli aveva confermato la necessità di rispettare l'interdetto, accettando qualsiasi persecuzione.
Pertanto, quando venne affissa la bolla pontificia il rettore del collegio catanese, Nicolò Migliaccio, chiuse la chiesa scrivendone le ragioni al viceré che, a sua volta, le inoltrò al sovrano ordinando, però, al rettore di non farsi vedere in pubblico e di evitare i tribunali. Fu allora, mentre cercavano “qualche introduzzione nella Corte”,[22] che seppero da fonti autorevoli che il sovrano intendeva trovare un accordo con il papa e che desiderava che i gesuiti aprissero le chiese e officiassero, evitando ulteriori tensioni e disordini nel regno. In caso contrario, sarebbero stati espulsi e l'intera Compagnia sradicata. Al provinciale apparve allora necessario convocare la consulta di tutti i padri ordinari e di tutti i lettori di teologia che, dopo aver a lungo esaminato la questione, conclusero che la sospensione dell'interdetto era giustificata dalla dottrina del timore grave delle azioni del re e da quella del disprezzo formale dello scandalo. Tanto più che continuare ad osservare l'interdetto non era utile dal momento che non se ne conosceva la durata e che non costituiva un esempio per gli altri, visto che nessuna altra chiesa o comunità religiosa lo osservava.
Questi furono, dunque, i motivi che portarono all'apertura delle chiese e non altri. Inoltre, era eccessivo chiedere loro di dare l'esempio e di contraddire le autorità religiose, visto che la loro obbedienza non solo non era stata seguita da altri,[23] ma aveva recato la distruzione dei collegi, l'esilio per molti e numerose difficoltà a quanti erano rimasti, tra cui fronteggiare diverse situazioni spinose dal momento che Agrigento era senza guida e a Catania vi era un'autorità contestata, con in più alcuni individui che continuavano a esercitare il loro ufficio nonostante la revoca delle patenti da parte del vescovo. E per comprovarlo, non solo allegavano la lettera di alcuni gesuiti catanesi che dichiaravano come la maggior parte delle chiese e dei conventi non seguivano l'osservanza,[24] ma aggiungevano che anche il vescovo di Catania si comportava in maniera ambigua raccomandando ad un suo sodale di assolvere dalla scomunica chi violava l'interdetto. Insomma, l'isola era allo sbando e la Compagnia ancora di più.
I tormenti dell'obbedienza
Cosa che apparve evidente nell'inverno di quell'angosciato 1715 quando, in occasione delle celebrazioni della festa di Francesco Saverio, l'avvocato fiscale Perlongo ordinò al preposito di casa professa di celebrare la Cappella reale nella chiesa del Gesù alla presenza del viceré Maffei, ricevendone un rifiuto motivato dalle disposizioni papali che “per niun motivo dovessero nell'avvenire caso d'essere à ciò obligati da celebrare le narrate Cappelle reali coll'intervento de' Ministri, che si suppone incorsi nelle censure, con minacciare all'esponenti le censure, ed al pubblico altre pene”,[25] che erano state loro trasmesse dal cardinale Paolucci con una lettera pubblicata “per tutto Pal.o con motivo d'esser venute da Roma molte copie a Particolari [...], forse per non poter l'esponenti occultarne gl'ordini ò allegare ignoranza”.
Difesa rifiutata dal viceré che, disgustato da ogni soluzione alternativa offerta dal preposito, ordinò “il sequestro degli effetti delle quattro case della Compagnia esistenti in questa Città includendo anche la nova casa degl'esercitij, situata nel molo di questa Città non ostante esser il solo delitto (quando vi fosse), in detta Casa Professa”.[26]
Al preposito non rimase altro che ricorrere al sovrano, perché conoscesse le ragioni del suo comportamento e provvedesse a soccorrere la Compagnia in quel momento di grande angoscia, affidando la supplica al generale affinché giungesse a Torino; e annunciandogli l'arrivo a Roma di un confratello che gli avrebbe detto a voce quel che non era possibile scrivere.[27] Era, infatti, necessario che Vittorio Amedeo sapesse che per evitare di inasprire lo scontro in atto, aveva proposto al ministro Perlongo di celebrare la festività in tono minore, adducendo la scusa dei lavori in corso nella chiesa che ne rendevano problematico l'uso consueto; e resistito alle pressioni della Giunta per gli affari ecclesiastici che non lo persuasero alla disobbedienza.
“A questa risposta succedette il fulmine prima a me intimato e minacciato; e fù il sequestro della Temporalità di tutte le case di Palermo anche quella. ove si fanno gli Esercizij di S.t Ignazio, come è seguito, e di tutti li Collegi del Regno, e di questi non sappiamo se si eseguirà. Fulmine, che avendo il suo effetto anche in queste delle Città, resterà poco men che estinta la Provincia tutta di Sicilia”.[28]
Questi erano i fatti e la verità: non peccare verso Dio e verso il re, dal momento che se avessero celebrato la Cappella ne sarebbe derivato pubblico scandalo visto che: “molte delle comunità di religiosi e religiose arrivarono a segno di esporre il Venerabile ad effetto d'impetrarci da Dio lume e forza di fare il giusto, come infatti non seguendo poi il tener la Cappella, n'è seguito un plauso, e un giubilo universale in segno di essersi quanto da tutti si aspettava”.[29] Avevano, così, evitato di mettere in pericolo il regno perché la popolazione era pronta alla rivolta ma ne erano stati ripagati con le punizioni inflitte loro dal viceré e dai suoi ministri, nonostante quest’ultimi avessero mostrato ben altra clemenza in passato come, ad esempio, quando l'arcivescovo di Messina aveva chiesto al sovrano di allontanare dalla cattedrale lo scomunicato canonico Buglio o, ancora, quando l'arcivescovo di Palermo si astenne dal “communicare in divinis con altri de' suoi similmente scomunicati dal Papa”. Inoltre, non tutti i ministri concordavano con le risoluzioni viceregie suggerite dall'avvocato fiscale che li detestava al punto da non frenare la violenza verbale nei loro confronti,[30] e che per umiliarli e ridurli in miseria bloccava le somme dovute dall'erario regio e vietava ai debitori di pagare quanto dovuto.[31]
Del tutto differente, di contro, la versione di Perlongo che sostenne che le sanzioni imposte ricevettero il plauso della maggior parte della popolazione poiché i gesuiti erano più odiati, che amati; che i timori di sedizione che minacciavano erano frutto della doppiezza che li spingeva a sobillare loro stessi le rivolte; e che per questa ragione era sua intenzione espellerne alcuni dal regno.
Pure, la missione gesuita a Torino, organizzata con l'aiuto del generale, ebbe successo dal momento che, a metà gennaio, il re scrisse al Maffei del memoriale dei padri palermitani presentatogli "nelle forme più convenevoli"; e della sua decisione “trattandosi d'una Società che conviene maneggiare, o intieramente perdere”, di restituire quanto sequestrato e di lasciare liberi i feudi, certo che i gesuiti avrebbero reso presto quanto richiesto loro nel cerimoniale e che, comunque, quanto occorso era giovato a mostrare al clero regolare cosa lo attendeva se non avesse accettato di celebrare le Cappelle.
“Habbiamo hora più mesi di tempo prima che arrivi il caso di Cappelle appresso i Gesuiti: fra qui, e là potranno anche seguir più cose che ci diano campo di formar nuove regole. In questo mentre dovrete voi andarvi regolando in riguardo alle Cappelle nella conformità che vi habbiamo ordinato
di fare in riguardo del Tribunale della Monarchia, cioè a dire bastando di tenerne qualchuna nell'anno per mantenersi in possesso, scansando per il soprapiù colla vostra solita prudenza di prendere degli impegni in questa materia” (STELLARDI, 1863: 303).
Tale sospensione di pena decisa da Vittorio Amedeo va anche letta, però, come mossa strategica nelle trattative che i suoi diplomatici conducevano in quei mesi presso la curia romana dove, oramai, lo scontro sulla Legazia era diventato un affaire internazionale che coinvolgeva Francia, Inghilterra e Impero, e che palesava la fragilità degli accordi di Utrecht e delle strategie politiche intraprese per giungere a ben altra spartizione dell'eredità degli Asburgo di Spagna. Incontri serrati tra il conte di Provano e altri ministri sabaudi con i cardinali ai vertici delle congregazioni che occorre tener presente per comprendere l'altalena delle decisioni regie, oscillanti tra rigore e clemenza. Mesi in cui le preoccupazioni del sovrano sabaudo per le ingerenze internazionali sul possesso del regno, lo indussero a placare le asprezze del viceré Maffei e dei suoi ministri a cui ordinava di chiedere poche Cappelle, quelle necessarie per mantenere il possesso, intanto che “fra qui, e là potranno anche seguir più cose che ci diano campo di formar nuove regole”.
Nel gennaio 1716, la situazione era, quindi, rientrata nei ranghi per quanto la benevolenza regia fosse stata concessa dietro la promessa di un comportamento accondiscendente in occasione della festa di S. Ignazio di fine luglio. Pochi mesi, nel corso dei quali i gesuiti, per evitare nuovi incidenti, si mossero abilmente presso gli ambienti romani sottoponendo piuttosto al pontefice la condotta del clero palermitano che, contrariamente a quanto ordinato, celebrava Cappelle in presenza del viceré e dei ministri scomunicati: dai canonici della cattedrale ai Domenicani, agli Agostiniani, ai Carmelitani, ai Minori Conventuali, ai Minimi. Denunce che ispirarono la bolla di Clemente XI dei primi di giugno che minacciava gravi censure su quanti avevano e/o gli avrebbero disobbedito e l'interdetto generale sulla città. E che della bolla fossero responsabili i gesuiti, si persuase anche il sovrano che raccomandava al viceré di evitare che la Cappella reale in cattedrale in occasione della festa di metà luglio di Santa Rosalia, perché temeva i disordini popolari che ne sarebbero derivati per difendere un privilegio così opinabile (STELLARDI, 1863: 304).
Decisione avvilente per Maffei che, infiammato di sdegno verso il pontefice che progettava di scomunicarlo, sostenne reiteratamente come le Cappelle non fossero solo cerimonie sfarzose quanto, piuttosto, lo strumento per far conoscere alla popolazione “la ingiusta ed evidentemente nulla abolizione della Monarchia [..] niente facendosi, né potendosi fare dalla stessa per le misure che prendono i Vescovi, che non mandano li processi”, sicché i suoi poteri si riducevano alla “figura del Legato nato alla Ceremonia delle Cappelle, che veduta in Palermo, ed intesa nel Regno sostiene viva nell'opinione la sostanza e prerogativa della Legazia, e rassicura il Pubblico della nullità delle pretese Censure contro i Ministri e tanti Ecclesiastici che l'hanno sostenuta e difesa”.[32]
Inoltre, poiché le Cappelle in Cattedrale e nella cappella di San Pietro erano fisse, non presentarsi per la festa di S. Rosalia, avrebbe significato che il sovrano riconosceva la preminenza del pontefice e ciò avrebbe indebolito il potere civile anche su altre potestà come il regio exequatur. Nondimeno, osservazioni che disturbarono Vittorio Amedeo che, con sua del 22 luglio tacitò Maffei, comunicandogli seccamente che le Cappelle erano ritenute di rilievo solo in un regno così dedito alle apparenze e che la sospensione delle stesse era solo un atto temporaneo. Che se ne convincesse insieme alla Giunta. Nessuna Cappella dunque in quei mesi. Ma lo scontro fu solo rimandato e, in particolare, quello che travolse i Gesuiti
Et nondimeno finis
Nei mesi convulsi che seguirono, densi di sospetti e accuse, è ancora padre Geronimo Pisano a tornare di scena, accusato dalla curia romana di aver scritto ad un canonico di Agrigento, una lettera ritenuta “piena di proposizioni hereticali”. Accuse restituite al mittente dal Pisano stupito di aver “cagionato tanto rumore e tanto fracasso in Roma, dove tanti scritti, e tante stampe della Sicilia in sommo pregiudiciali alla Santa Sede han trovato mute le lingue, e le penne”,[33] e risoluto nella difesa del suo operato e di quello dei confratelli che gli avevano chiesto consigli, poiché laddove fossero condannate le sue tesi, sarebbe occorso condannare tutti i libri e autori che le avevano ispirate. Aggiungeva, inoltre, che se la Santa Sede avesse preteso l’osservanza dell’interdetto, avrebbe dovuto comandarlo apertamente con la consapevolezza che la Compagnia tutta sarebbe stata cacciata dal regno, in procinto di diventare una selva incolta.[34]
Ma in curia a Roma, non tutti erano in disaccordo con Pisano, consapevoli delle difficoltà in cui versava la Compagnia nell'assistere gli oltre 1500 confratelli esiliati dalla Sicilia, mentre aumentavano le pressioni delle monarchie europee sui vertici dei dicasteri e delle congregazioni poiché vi era in quell'affaire, lo spazio dove riaffermare la connessione tra potestà regia e potestà circa sacra.[35]
Intanto, a Palermo incombeva la festa del Corpus Domini, dove era tradizione che la sera della vigilia la processione guidata dal capitolo della cattedrale e seguita dal potere civile e dal clero, venisse accolta all'esterno del collegio da otto scolari filosofi che, con torce e incensieri, accompagnavano l'ostensorio all'interno della chiesa per porlo sull'altare grande dove, tra la musica del coro, veniva celebrato un rito solenne. E nelle settimane precedenti furono molti i dubbi sul comportamento da tenere districati finalmente, alla vigilia della processione, da una carta romana indirizzata al confratello Orsi per informarlo che avrebbero potuto praticare quanto eseguito in passato e che potevano parteciparlo anche a padre Pisano, sebbene segretamente.
Ragione per cui, come scrisse pochi giorni dopo Giovanni Gioeni al generale, i confratelli Pisano, Faulis e Maiorana disposero che tutto avvenisse come in passato scoprendo però, la mattina della processione, una sorta di insurrezione tra gli scolari che dichiararono al rettore che la cerimonia era ingiuriosa verso Dio, il suo vicario e verso la Compagnia, e che in nome di nessuna formalità potevano cambiare opinione. Tale persuasione fu anche dei coadiutori che, spronati dal rettore e da Pisano a supplire nella funzione nelle veci degli scolari, dichiararono che la loro coscienza lo ripugnava. Questa la versione del Gioeni.
Opposta nel declinare gli eventi, quella resa dal rettore Palermo in un dettagliato memoriale in cui esponeva al generale come si fosse risolto a fare la funzione, ritenuta lecita dal vicario generale, perché informato che da Roma non sarebbe giunta alcuna intimazione. Con l'amarezza del superiore che aveva trascorso la giornata alla ricerca di studenti in un crescendo di perdita di autorevolezza -dal momento che quando ne convinceva qualcuno, i dissidenti lo persuadevano a rifiutarsi, mentre uno di loro, percorreva i corridoi del collegio con il crocefisso in mano per frastornare i presenti-, proseguiva narrando che, quando la processione fu così vicina da poter notare i volti attoniti dei partecipanti, giunsero tre confratelli di casa professa che lui spinse quasi a forza a pigliare le torce mentre convinceva, con qualche denaro, un chierico regolare a spargere l'incenso. Fu così che la funzione poté avere luogo, anche se i canonici della cattedrale non vollero parteciparvi.
Nonostante tutto, infatti, scoppiò lo scandalo di cui non si sentiva colpevole dal momento che nelle settimane precedenti, con i padri spirituali, aveva preparato i giovani senza mai cogliere in loro segni di dissenso salvo, poi, ricevere il giorno dei fatti un irriducibile rifiuto a prepararsi per l'accoglienza perché sobillati dai confratelli Giovanni Gioeni e Giuseppe Scilla. Erano loro, infatti, a fomentare gli studenti alla disobbedienza al punto da rovinare il collegio dal momento che il governo si attendeva ben altro comportamento o, almeno, che fosse identico a quello degli altri regolari.[36]
Dai documenti emerge, quindi, netto il conflitto interno alla Compagnia, noto, peraltro, al governo che pochi giorni dopo convocò il rettore per comunicargli lo sdegno del viceré e la sua intenzione di cacciare i dissidenti dal regno a meno che all'ottava della processione del Corpus Domini, non avessero celebrato la funzione nel modo solito. E a nulla valsero le scuse del superiore che, in quell'occasione non ricevette neppure il sostegno del ministro Gastone, nonostante questi fosse da sempre vicino alla Compagnia.[37] Sicché, con amarezza dovette rispondere che non poteva soddisfare tale richiesta perché la processione dell'ottava era condotta dalla cattedrale nella sua qualità di parrocchia e il rituale non prevedeva che si facesse la funzione. In tutta risposta, gli fu ordinato di spostare in una altra residenza gli studenti di filosofia e di teologia, insieme ai loro maestri e al lettore di fisica, padre Migliaccio.
Fu così che l'8 giugno 1717, più di sessanta studenti e i loro maestri lasciarono l'isola imbarcati su un vascello genovese che il rettore aveva dovuto far noleggiare, ognuno di loro con una somma di denaro per affrontare il viaggio, il che fu un altro pesante aggravio per il collegio. Il fatto era che le circostanze non erano più a loro favore dal momento che, stavolta, il sovrano non intervenne e nessun amico della Compagnia poté moderare il rigore del Maffei, nemmeno il giudice Gastone che, pure, si era battuto a lungo contro gli altri ministri.
Stremato nel corpo e nell'animo, al rettore non restò che avvisare il generale che quanto occorso, era solo un anticipo del disastro futuro sia perché si avvicinava la festa di S. Ignazio che sarebbe stata l'occasione per il viceré di cacciarli tutti dal regno; sia perché pochi giorni la prima espulsione, questi aveva ordinato l'esilio di altri sei padri che furono costretti ad imbarcarsi subito su una tartana diretta a Napoli e non a Civitavecchia, porto d'elezione dei gesuiti che si recavano a Roma; sia perché temeva che da Torino giungessero l'ordine di sequestro di tutti i beni.[38]
A Roma
Rifugio degli esuli, Roma era, però, soprattutto il luogo da cui sia a Torino che in Sicilia si attendevano sia le decisioni del pontefice, che i minimi segnali da una curia alle prese con trattative che proseguivano da anni per trovare un accordo istituzionale che risolvesse il conflitto in modo accettabile per le parti. Una impresa difficilissima fino ad allora, anche per la resistenza dei vescovi siciliani che erano andati per primi in esilio e che da Roma continuavano a tuonare contro chi intendeva abolire un privilegio connaturato alla stessa storia del potere civile e religioso nell'Isola.
Per tale ragione, risulta di particolare rilievo il memoriale inviato al pontefice, ai primi di maggio 1717, da Andrea Riggio, vescovo di Catania, tra i principali attori di quegli anni di guerriglia istituzionale, che, inaspettatamente, apre più che uno spiraglio verso l'ammorbidimento delle posizioni nella contesa, pronunciandosi a favore dell'investitura papale del Savoia quale nuovo sovrano dell'isola. Per quanto, infatti, l'incidente di Lipari fosse stato ingiurioso per la Chiesa, era suo fermo convincimento che occorresse trovare una composizione,[39] scegliendo il male minore per ottenere altre, ben più consistenti vittorie, smorzando “con questo concerto il fuoco maledico, e velenoso, che esce dalle bocche mordaci dell'inimici della Chiesa, seu del decoro della S.V. chi nel dire, tener ella astio con detto Principe”.[40] E sebbene sapesse che molti dissentivano per timore che le altre corone la intendessero come un cedimento alla violenza, rammentava al pontefice che se a queste fosse stato tolto un privilegio così grande come la Regia Monarchia “e fossimo nell'uguali circostanze, e col pericolo di passare qualche loro Regno all'eresia, come stà per accader in Sicilia, ed all'incontro non esservi diminuzione dell'autorità Pontificia mà avanzo, [...] dovriasi far l'istesso, che si supplica pratticare à questo Sovrano [...] e male oprarebbe qualsisia Papa, se operasse in contrario, e ne sarebbe rovina alla Chiesa”.[41]
Né riteneva fondati i timori di quanti stimavano che l'imperatore se ne sarebbe risentito, sia perché la Sicilia non sembrava interessargli quanto altri territori della penisola; sia perché l'investitura era, di fatto, uno strumento politico da valorizzare in tempi così agitati dall'infrangersi degli equilibri che gli Asburgo di Spagna avevano detenuto per secoli.
“Di più oltre i motivi in questo foglio espressati dovria la S.V. per regolarsi di buon governo bandizzare, proclamare, e far noto à tutti i Principi Cattolici dell'Europa, che ogn'un che bramasse l'investitura di Sicilia sia pronto a dargliela per profitto dell'autorità, e Maestà del dominio della Sede Apostolica [..] E soggiungo che il presente Sovrano stà in possesso col colore d'esser legittimamente in esso; E quest'investitura è per me somma sorte della Sede Apostolica per più capi, poiché oltre d'esercitar l'autorità sopra espressata, si lucra l'altra di stabilirsi le Bolle, e decreti Pontificij in quel regno, ed essendo Principe piccolo che arde per vedersi dalla Sede Apostolica riconosciuto per Re contentandosi di cedere a tutto, purché acquisti questa gloria”.[42]
Con tale atto, la Regia Monarchia sarebbe stata definitivamente abbassata perché Vittorio Amedeo avrebbe riconosciuto le bolle e i decreti apostolici e, ancor di più, laddove nel futuro l'imperatore decidesse di volere l'Isola e reclamasse il privilegio della Legazia, lo avrebbe trovato riformato in modi che al papa sarebbe venuto semplice difendere con valide ragioni. Infine, a chiusa del memoriale, un ultimo accorato appello per la sua diocesi, che temeva fosse in procinto di precipitare nella perdizione che sarà, di fatto, uno dei suoi ultimi atti dal momento che la morte lo colse alle soglie del nuovo anno.
È, infatti, del 18 dicembre 1717, la lettera del cardinale Paolucci al nipote, il principe di Campofiorito, con la notizia della sua improvvisa morte e di come il pontefice, profondamente addolorato, avesse ordinato che le esequie si svolgessero a S. Maria Maggiore come “quelle che sogliono farsi per i Cardinali”,[43] lontano da una Sicilia, oramai in balia dei giochi della diplomazia europea.
Conclusioni
Il memoriale del Riggio apriva quindi al Savoia, mostrando una diversa attitudine del vescovo rispetto al passato, probabilmente dovuto all’aggravarsi delle tensioni nell’isola e all’ulteriore esilio a giugno di oltre sessanta gesuiti, tra padri e studenti, imbarcati verso Anzio e, da lì, spostati a Frascati dove sarebbero rimasti a spese del collegio romano e dove furono raggiunti dall’invito del papa che li volle a Roma per la festa dei santi Pietro e Paolo, dove poi li ricevette in udienza privata colmandoli di parole amorevoli, medaglie e indulgenze. Infiammati dalla presenza del pontefice, sentendosi martiri per la fede, i più giovani dedicarono il giorno dopo alla visita dei maggiori monumenti romani a dimostrazione della verità di quanto temeva il loro superiore rimasto nell’isola nelle lettere al generale, ovvero il fatto che la loro disobbedienza derivava anche dalla loro voglia “di andare con tale agire a Roma”, in Italia, nel mondo. Esisteva, insomma, una sete di avventura derivante dal dato generazionale che oscurava in loro le difficoltà che avrebbero incontrato nel vivere la condizione di esiliati che, peraltro, a causa del numero sempre crescente, iniziava ad essere un problema economico per i loro ordini religiosi e per la Santa Sede. Né la soluzione era vicina, tanto più che la politica internazionale avrebbe di nuovo sparigliato le carte e consegnato un nuovo sovrano all’isola. In ogni caso, quel 1717 rimase uno spartiacque nella storia della provincia gesuitica in Sicilia -anno immortalato dall’opera sulla Compagnia nell’isola di Emanuele Aguilera commissionatagli proprio quell’anno-, per il suo palesare l’incrinarsi delle antiche obbedienze anche in un ordine che dell’obbedienza aveva fatto il suo motto, di fronte all’avanzare di un potere civile sospinto dal venti del cambiamento di idee, di ideali e, soprattutto, di fedeltà. Un preavviso dell’infiammata stagione che dagli anni Trenta del secolo avrebbe percorso la cultura siciliana e la politica degli ordini religiosi, con esiti inediti rispetto al glorioso passato in quel regno. Un Settecento ancora oggetto di ricerca per chi intenda leggere quel tempo attraverso le vicissitudini della Compagnia al fine di restituire della stessa il quadro complesso e tormentato dei suoi padri che, lungi dall’adesione totale al dettato della curia generalizia, furono pienamente coinvolti nei cambiamenti del tempo, uscendo dal canone del conservatorismo in cui sono stati a lungo racchiusi.
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Scrittura data dal vescovo di Catania per giustificare il consiglio dato da lui che gli osservanti l’Interdetto potessero comunicare con gl’inosservanti e ricevere i sacramenti da preti inosservanti, nonostante che per l’inosservanza fossero censurati. Con una risposta del vescovo di Lipari che pretende di impugnare l’opinione di quello di Catania. Trasmessa dal Conte Provana li 27 giugno 1716 e mandata a S. M.tà. li 7 agosto 1716, Archivio di Stato di Torino, f. 115.
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* Contributo realizzato con fondi per la Ricerca di Ateneo – PIAno di inCEntivi per la Ricerca di Ateneo 2020/22 dell’Università degli studi di Catania.
[1] Quotidiano fondato nel 1886, si caratterizzava per la gradita mescolanza di notizie politiche dall’Italia, articoli utili alla comunità, annunci di lavoro, avvisi commerciali, narrativa, tant’è da raggiungere una tiratura superiore alle 5000 copie a fine secolo. La vera svolta giunse, però, nel 1898, quando venne acquistato dall’ingegnere Ettore Patrizi, suo direttore e editore per lunghi decenni, che ne modificò sentire, struttura, tempi di edizione e collegamenti nazionali. Ma sul giornale e Patrizi vedi, (DESCHAMPS, 2021: 187–216).
[2] L’opera era stata inserita nell’Indice dei libri proibiti, donec corrigatur, il 26 marzo 1825, per alcune espressioni critiche sulla Chiesa e la Santa Sede, cfr. (CONGREGAZIONE DELL’INDICE, 1940: 60). Per un profilo biografico del Botta vedi: (ROMAGNANI, 2013: 325-330).
[3] È noto come tutto nacque quando due ufficiali fiscali imposero il tributo del plateatico agli uomini del vescovo Tedeschi che si trovavano sulla piazza del mercato per vendere granaglie, il che irritò il vescovo che ritenendo lesi i suoi privilegi, comminò loro la scomunica. Provvedimento che, però, venne di lì a poco annullato dal tribunale della Regia Monarchia suscitando lo sdegno di Clemente XI che negò la legittimità della sentenza e, al tempo, della Legazia. (FODALE, 1998: 148-176; LONGHITANO, 2000: 167-200; CATALANO, 1973; CATALANO, 1955: 5-306; CATALANO, 1968: 1-20; VACCA, 2000; BAZZANO, 2010: 1065).
[4] Il privilegio, concesso nel 1098 da Urbano II al conte Ruggero, era stato richiesto per contrastare l’invio di altri legati nell’Isola senza previo consenso dell’autorità civile; e per controllare l’alto clero attraverso il potere di scelta dei prelati da inviare nei concili fuori dall’Isola al fine di evitare disservizi per la popolazione. Poteri dilatatisi con il trascorrere del tempo e che compresero il diritto indiscutibile dei re dell’isola di conoscere in primo grado le cause degli esenti e di coloro che si appellavano alla Santa Sede; di conoscere in secondo grado gli appelli ai giudizi dei vescovi e degli arcivescovi (cause civili, criminali, matrimoniali, diritti di asilo, reati di usura, lenocinio e simonia); di conoscere gli appelli alle sentenze pronunciate dai delegati apostolici per le cause civili dei regolari; di conoscere in secondo grado le cause civili e criminali degli ordini militari con privilegio di foro; di annullare le sacre vestizioni; di reclamare tutte le cause ecclesiastiche per viam saltus; di annullare, su istanza delle parti, le disposizioni delle autorità ecclesiastiche, richiedendo la trasmissione degli atti originali in caso di supposte irregolarità nella procedura giudiziaria. Ma per una più ampia conoscenza di tale istituto cfr. soprattutto (CARUSO, 1863; FORNO, 1869; SENTIS, 1869; SAVAGNONE, 1919; CATALANO, 1955: pp. 5-306; CATALANO, 1973; FODALE,1991; ZITO, 2000: 115-166; SCALISI, 2008: 53-74; CONDORELLI, 2014: 448-456).
[5] Si veda (TEDESCHI, 1715). Il carattere del vescovo è ben tratteggiato dall’ambasciatore di Vittorio Amedeo a Roma che lo definisce, “cabalista, astuto, ambizioso, maligno, e che non può ridursi a vivere nello scoglio di Lipari, e crede con accender fuoco, come ha fatto fin’ora, di fare gran sbalzi, e di riuscir Cardinale, per altro egli è dotto, disinvolto e cortegiano all’usanza di Roma in grado supremo”, (STELLARDI, 1863: 131).
[6] Tanto più che Tedeschi dopo la nomina vescovile, aveva continuato a mantenere la carica di segretario della Congregazione dei Sacri Riti e di componente della Congregazione dell’esame dei vescovi (OLIVA, 1905: 19-20). Un conflitto che si giocò anche tramite la produzione di trattati e opere cui contribuì lo stesso Tedeschi con la sua Istoria della pretesa Monarchia di Sicilia (Roma 1715), uscita in forma anonima ma a lui, immediatamente, attribuita; ma sulle opere uscite al tempo vedi (NAPOLI, 2006: 339-340).
[7] L’interdetto imponeva una serie di misure che miravano ad indebolire il potere del re attraverso la sobillazione indiretta del popolo, privato delle funzioni religiose. Nelle diocesi di Lipari, Catania ed Agrigento era proibito celebrare tutte le cerimonie religiose pubbliche e amministrare i sacramenti, fatta eccezione pe i battesimi e, in alcuni casi, anche per i matrimoni che si tenevano rigorosamente a porte chiuse. Era vietato invece confessare e dare la comunione. Inoltre, non si officiavano funerali e non si seppellivano cristianamente i defunti. Pertanto il governo si adoperò affinché le chiese restassero aperte e le messe venissero celebrate. A tale scopo vennero mandati alcuni preti che non intendevano osservare gli interdetti al fine di sostituire quelli che si rifiutavano di obbedire al governo
[8] Della vasta storiografia sulla pace di Utrecht vedi almeno (IEVA, 2016; CREMONINI, 2013; CANDELA, 1996)
[9] L’abate Barbara, agli inizi di febbraio del 1714, venne inviato a Roma per trattare la conciliazione con la Santa Sede, ma giunto ai confini dello Stato pontificio gli fu intimato di non mettere piede a Roma, pena la scomunica (DI BLASI, 1834: 308). Il magistrato era peraltro componente della Giunta dei ministri incaricata dal Savoia della difesa della Regia Monarchia cfr. (GALLO, 1996). Della Giunta istituita il 7 aprile 1714, facevano parte Giuseppe Fernandez, presidente del tribunale della Regia Gran Corte; Antonino Nigrì, presidente del tribunale del Concistoro; Nicolò Pensabene presidente e avvocato fiscale del tribunale della Regia Gran Corte; Francesco Maria Cavallaro, giudice della regia Gran Corte Civile; e Ignazio Perlongo, avvocato fiscale del tribunale del Real Patrimonio; infine, un giorno alla settimana partecipava alle loro sedute Giacomo Longo, giudice della Regia Monarchia cfr. (MANDUCA, 2012: 163).
[10] “Sempre più si affaticano li tre vescovi di Girgenti, Catania e di Lipari, in lusingare la Corte romana […] fanno due giuochi li detti vescovi: in primo luogo adulano il genio del Papa. […], in secondo luogo, sempre più danno fomento al desiderio di anichilare il Tribunale della Monarchia”, Lettera di Carlo Alessandro Doria Del Maro, 7 dicembre 1713. Archivio di Stato di Torino, II, ctg 4, m. 7, f. 15. Su Carlo Alessandro Doria, marchese Del Maro, dal 1711 nominato ministro residente presso la corte romana in sostituzione del conte Girolamo Marcello De Gubernatiis che aveva avuto duri scontri con il pontefice in materia giurisdizionale, vedi (STUMPO, 1992: 314-317).
[11] Si osservava: «Che animo ed ardire a peggiori delitti non si accrescerebbe nei laici col continuo scandalo de’ chierici e persone ecclesiastiche, se questi non trovassero pronto il giusto rigore della Monarchia […]. Non giova il dire che d’altri legati si potesse servire [il papa] in Sicilia, i quali sottentrassero alla recognizione delle cause, perché non può ne deve pregiudicare al jus del Re di Sicilia». Poiché la concessione fatta dal papa al conte Ruggero aveva carattere di remunerazione per aver liberato la Sicilia dagli infedeli, non vi era ragione di ritirare questa concessione senza giusta causa. Quindi andava conservata così come si conservava la causa motivo della remunerazione, Scritto concernente l’origine della concessione della Monarchia rimesso dal sacerdote Giuseppe Maria Salerno da Trapani. Archivio di Stato di Torino, I, ctg. 4, m. 2, f. 9.
[12] Così come inattese le lettere inviate dal pontefice all’arcivescovo nell’ottobre 1713, per indurlo a lanciare l’interdetto sulla diocesi alla vigilia dell’arrivo del sovrano piemontese. Ma sulla vicenda vedi (COZZO, 2014: 52-64; MANDUCA, 2020: 166).
[13] «Mi giongono oggi giorno dalla mia diocesi lettere più tosto scritte con lagrime che vergate con l’inchiostro, esprimendomi l’amarezze dello stato deplorabile in che si trovano le anime de’ miei diocesani, especialmente delle moniali abbandonate per non dire perseguitate da tutti, senza alcun sussidio, o aiuto spirituale ne pur de’ Sagramenti permessi dalla Chiesa, ne manco dalla confessione per non esservi sacerdoti, che loro potessero amministrare», Scrittura data dal vescovo di Catania per giustificare il consiglio dato da lui che gli osservanti l’Interdetto potessero comunicare con gl’inosservanti e ricevere i sacramenti da preti inosservanti, nonostante che per l’inosservanza fossero censurati. Con una risposta del vescovo di Lipari che pretende di impugnare l’opinione di quello di Catania. Trasmessa dal Conte Provana li 27 giugno 1716 e mandata a S. M.tà. li 7 agosto 1716, Archivio di Stato di Torino, f. 115.
[14] «Si pretende oggidì, che gli osservanti dell’Interdetto nelle tre diocesi per mancanza di confessori che l’osservino, e che liberamente amministrano il Sagramento della Penitenza senza pericolo di carceri ed esili, possono confessarsi con i sacerdoti inosservanti, i quali sono incorsi nella scomunica e nell’irregolarità. […] Non meno è certo che, la scomunica tira seco tutti i suoi effetti, tra questi il principale è il privare lo scomunicato d’ogni giurisdizione», Scrittura data dal vescovo di Catania…, Archivio di Stato di Torino, f.115.
[15] Lettera di Paolo Sala, Palermo, 9 febbraio 1715. ARSI, Sic.185-II, f. 359r.
[16] Dissimulazione honesta come il titolo della nota opera del napoletano Torquato Accetto. Ma vastissima la letteratura sulla categoria in ordine alla quale rinvio a: (SCARPATO, 2023).
[17] Lettera di Pietro Maria Riggio, Palermo, 14 febbraio 1715. ARSI, Sic.185-II, ff. 361v-362r.
[18] Lettera di Girolamo Maria Pisano, Palermo 18 novembre 1713. ARSI, Sic. 188-I, f. 293. Copia della lettera venne inviata al generale da Reggio il 2 marzo 1714. Girolamo Maria Pisano si era formato tra i collegi di Malta e Palermo. Sin dal noviziato, aveva manifestato il desiderio di partire missionario per le Indie Orientali con ripetute lettere inviate al generale Giovanni Paolo Oliva tra il 1669 e il 1671. Nel 1672 trovandosi a Malta scrisse del suo rammarico per non aver potuto incontrare Prospero Intorcetta, procuratore della missione dei gesuiti in Cina in visita presso il collegio di Palermo, al quale “haverei potuto comunicare le mie brame”, ARSI, FG 748, f. 34v. Uomo colto, ma inquieto, nel 1698 su richiesta della madre superiore Teresa Eleonora Filingeri, sarà confessore delle suore delle Clarisse di Palermo e successivamente ricoprirà il prestigioso incarico di Prefetto agli Studi del Collegio Massimo palermitano fino all’agosto del 1715, quando venne sospeso “per li perniciosi consigli e consulte date contro il papa e in difesa de’ ministri regii”, in: (DI MARZO, 1871: 235). Si spense a Palermo nel maggio del 1723.
[19] E lo fece affidandole ad un bordonaro esperto dei cammini del regno che le distribuì, sulla base delle minute indicazioni del provinciale, a Castrogiovanni Caltanissetta, Naro, Piazza, Bivona, Sciacca; mentre a Catania, veniva inviato un confratello a verificare e reprimere eventuali infrazioni nei collegi interdetti.
[20] ARSI, Sic.185-II, f. 368r.
[21]“Io per insinuare qualche notizia di ciò nella Corte, giudicai valermi dell’ultima lettera, che sabbato 16 feb.ro scrissi à V. P. nella quale le significava le mie angustie nelle quali mi ritrovava (..) e tutto ciò, poiché sapendo che ci leggono tutte le lettere, che vanno e vengono fuori Regno; leggendo essi la mia lettera, sentissero quello che si stava da noi operando per non venir loro totalmente improvviso. Il modo di scrivere in quello dovette essere tale, che potesse stare bene, principalmente agl’occhi di quelli. Che però se vi scorgerà V.P. qualche cosa men castigata a riguardo degl’altri, e molto più di V.P. mi compatisca che in quella, dovea havee ancora principalmente la mira à non alienarmi la parte e l’animo dei Revisori delle Lettere” (ARSI, Sic.185-II, f. 368r).
[22] ARSI, Sic.185-II, ff. 372v-373r
[23] “Nel contradire, e dissentire alli Vicarij Generali, Arcipreti, Beneficiali, ed all’altri capi tutti di Communità. Così sia: è nostro svantaggio non piccolo con tutto che strascinasse seco la nostra destruzzione. Mà in fatti non è stato così. Restò con evidenza mostrato la prima volta quando si chiuse in Catania: e resta con maggiore evidenza confermato al presente. Alla nostra osservanza non seguire la prattica degl’altri che noi haveriamo voluto, e desideratosi per amore al giusto, e dovere; si per osequio alla Santa Sede; si per riguardo proprio, poiche la forza unita nell’osservanza delle altre Chiese darebbe stata di qualche riparo all’impeto, e violenza de i Contradittori, tutta corsa contro di noi” (ARSI, Sic.185-II, f. 375r).
[24] “Cotesto Monsig.re di Catania mio riveritissimo fè sentire ad un noto suo speciale servitore di assumersi l’impegno di andar nascostamente esortando all’osservanza, ed assolvendo dall’inosservanza dell’Interdetto col giuramento; e li insinuava in ciò doversi mutare la vocazione, e prontezza di missionare all’Indie. Costa à me che volentieri saria stato ubbedito Monsig.re, se l’esempio di quei buoni Religiosi, ò Preti che lo pratticarono nella Diocesi di Girgenti, non havesse chiaramente mostrato che un tal fatto servì per più allacciare le coscienze di peccati, di giuramenti, e di spergiuri”, (ARSI, Sic.185-II ff. 375v-376r).
[25] La Cappella reale era, in realtà, una cerimonia alla quale il potere civile veniva invitato dal clero secolare e regolare, non perché obbligato da bandi o prammatiche, ma per onore e prestigio di chi invitava.
[26] Memoriale ad Regem, ARSI, Sic.185-II, ff. 392r-v.
[27] Memoriale ad Regem, ARSI, Sic.185-II, f. 394r.
[28] Memoriale ad Regem, ARSI, Sic.185-II, f. 396v.
[29] Memoriale ad Regem, ARSI, Sic.185-II, f. 397r.
[30] «Questi hà un modo di procedere così crudo e inumano, che assai più nuoce, che giova al Servizio Reale. Li mali termini, che hà meco usati mo’ sono credibili, se non alla Persona in tale età avanzata avrebbe egli dovuto usar altri termini come Sacerdote, Religioso e Superiore d’una casa così cospicua, ed una Religione minima si, ma accreditata nel Mondo», Memoriale ad Regem, ARSI, Sic.185-II, f. 398r.
[31] A tal proposito, il viceré scriveva al sovrano di avere ordinato al senato di sospendere i bimestri che pagava alle cinque case gesuitiche e di aver ordinato ai debitori della Compagnia di sospendere il pagamento dei censi e delle soggiogazioni, ad esclusione delle somme per le messe o altri legati pii. Inoltre, aveva inviato custodi nei loro sei feudi e masserie affinché controllassero che ne uscisse solo quanto necessario per il mantenimento di quanti vi lavoravano e per il vitto dei padri palermitani, mettendo sotto sequestro il rimanente. Tutto ciò con riguardo e senza violenza ma per mostrare che alla disobbedienza seguiva «un castigo, quanto che questo viene a confirmare il nesso, su di cui resta fundata l’obbedienza prestata al Governo dalle altre Religioni, senza di che non si sarebbero più credute in obligo di continuare a farlo, e troppo saria stato disdicente al Governo il dissimulare colli soli Gesuiti», (STELLARDI, 1863: 301-302)
[32] Maffei lamentava, inoltre, che nessuno più ricorreva in appello al Tribunale, che era stata sospesa l’autorità dei delegati nei procedimenti di primo grado, né si poteva procedere alla carcerazione degli ecclesiastici, (STELLARDI, 1863: 307).
[33] ARSI, Sic.185 II, f. 421r.
[34] ARSI, Sic.185 II, f. 422.
[35] Lo aveva scritto dalla Sicilia il Caruso nel suo Discorso che era letto e commentato in Europa, dove aveva provocato anche reazioni come «la mozione del Parlamento di Parigi che vietava la pubblicazione e ordinava la distruzione di alcuni documenti della Santa Sede riguardanti la controversia siciliana, perché i principi che essi contenevano, soprattutto in materia di exequatur, attaccavano apertamente i diritti di tutti i sovrani», (CONDORELLI, 2014: 461).
[36] Il memoriale denunciava, inoltre, quali ispiratori della disobbedienza padre Placido Trimarchi, ministro dei retorici nel noviziato, e padre Bandini, vicerettore del noviziato. Nominativi che si aggiungono agli altri elencati dal rettore nel descrivere i due schieramenti presenti nelle istituzioni gesuitiche palermitane ovvero, i favorevoli alla funzione (i padri Pisano, Facchisi, Maiorana, Sgroi, Aguilera, Lancella, Bartocelli, Baldanza, Baldassarre Giustiniani, Amato, Landolina, Vincinovi e Domenico Caracioli); e quanti vi si opponevano (i padri Trigona, Morabito, Bellassai, Torre, Carbone, del Bono, Gioeni, Scilla, Trimarchi, Bandini).
[37] Sul ruolo del giurista Francesco Gastone nella vicenda vedi (PACE GRAVINA, 2023: 337). Mentre un profilo biografico del personaggio in: (COCCHIARA, 2013: 957-958).
[38] ARSI, Sic.185-II, f. 425r.
[39] “Beatissimo Padre à riguardo di tal ripiego, e salutare medicina da me proposta non è più tempo di perder tempo, e la taciturnità riesce di gran danno, e precipizio dell’Anime, alle quali pare per la loro ignoranza, che qui si dorme, causandone questo concetto dal non rimirare che la S.V. prenda veruna risoluzione intorno l’aggiustamento, motivo d’essere parte de fedeli caduti e precipitati, attesa la fragilità umana, che le suggerisce non puotersi lungamente patire, e soggiacere alla violenta crudeltà della potestà laicale, confermando questo danno della dilazione 8...9 Troppo Sant.mo Padre, troppo oprano li figli perversi, troppo false dottrine suggeriscono con rovine degli altri. Non è tempo di perder tempo ad operare, tanto più che il negozio rimirasi posto in buono stato col sopra espresso ripiego, e tanto lodevole, e se in questo mondo pieno di tanti accidenti si temesse d’operare, e risolvere per non incontrar inciampo, come in negozij di sommo, et alto rilievo suole succedere, non può escusare di succedere, bisognando sempre riparare al maggior male, e non badare al minore”, ARSI, Sic.185-II, ff. 427v-428r.
[40] ARSI, Sic.185-II, f. 429r.
[41] ARSI, Sic.185-II, f. 430r.
[42] ARSI, Sic.185-II, f. 431r.
[43] Lettera del cardinal Paolucci. Archivio storico diocesano di Catania, Episcopati I, Episcopato Andrea Riggio (1693-1717), Copia del testamento di Riggio.
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