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MAGALLÁNICA, Revista de Historia Moderna: 12 / 23 (Dossier) Julio - Diciembre de 2025, ISSN 2422-779X
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LA CORTE TORINESE E L’ASCESA AL TRONO DI FILIPPO V: PRIME REAZIONI NEI CARTEGGI DEGLI INVIATI SABAUDI (1713-1718)
Paola Bianchi
Università di Torino, Italia
Recibido: 01/09/2025
Aceptado: 12/10/2025
Abstract (Italiano)
La guerra di successione spagnola trasformò non solo la geografia politica dell’Italia, ma anche gli equilibri nel Mediterraneo e il rapporto di forza tra le maggiori potenze europee. Fra gli antichi Stati italiani, il Ducato di Savoia fu tra i più esposti, passando rapidamente, fra il 1702 e il 1703, dall’intesa con i Borbone a un cambio repentino di accordi con il partito filo-austriacante, che a fine Seicento aveva già fatto incontrare le mire di Torino e di Vienna durante la guerra della Lega d’Augusta, altrimenti nota come Guerra dei Nove Anni o della Grande Alleanza.
Un ruolo decisivo nel tessere i rapporti della corte torinese con la Francia era stato giocato, in un primo momento, dalle nozze della figlia di Vittorio Amedeo II, Maria Luisa Gabriella di Savoia, con Filippo di Borbone, futuro re di Spagna. La situazione cambiò con la rottura delle alleanze e dopo la morte della Savoia nel 1714. La pace di Utrecht (1713) aveva assegnato a Vittorio Amedeo II di Savoia la corona reale sulla Sicilia, affidandola al governo di una nuova generazione di capaci funzionai e diplomatici sabaudi, che tuttavia trovarono nella corte dei Borbone di Spagna ostilità sfociate nella nascita della Quadruplice alleanza e in altre operazioni militari nel Mediterraneo. I Savoia dovettero infine cedere la Sicilia in cambio della Sardegna (1720), dopo lunghi e logoranti tentativi di far accogliere a Madrid, attraverso i propri inviati, le istanze di uno Stato di media grandezza, ma di rango ormai regale.
Parole chiave: guerra di successione spagnola; pace di Utrecht; Regno di Sicilia; Regno di Sardegna.
LA CORTE DE TURÍN Y LA ASCENSIÓN AL TRONO DE FELIPE V: PRIMERAS REACCIONES EN LA CORRESPONDENCIA DE LOS ENVIADOS SABOYANOS (1713-1718)
Resumen
La guerra de sucesión española transformó no solo la geografía política de Italia, sino también el equilibrio en el Mediterráneo y la relación de fuerzas entre las principales potencias europeas. Entre los antiguos Estados italianos, el Ducado de Saboya fue uno de los más expuestos, pasando rápidamente, entre 1702 y 1703, del acuerdo con los Borbones a un cambio repentino de acuerdos con el partido proaustriaco, que a finales del siglo XVII ya había hecho coincidir los intereses de Turín y Viena durante la guerra de la Liga de Augusta, también conocida como la Guerra de los Nueve Años o de la Gran Alianza.
En un primer momento, el matrimonio de la hija de Víctor Amadeo II, María Luisa Gabriela de Saboya, con Felipe de Borbón, futuro rey de España, había desempeñado un papel decisivo en el establecimiento de las relaciones de la corte de Turín con Francia. La situación cambió con la ruptura de las alianzas y tras la muerte de María Luisa Gabriela de Saboya en 1714. La paz de Utrecht (1713) había asignado a Víctor Amadeo II de Saboya la corona real de Sicilia, confiándola al gobierno de una nueva generación de capaces funcionarios y diplomáticos saboyanos, que, sin embargo, encontraron en la corte de los Borbones de España una hostilidad que desembocó en el nacimiento de la Cuádruple Alianza y en otras operaciones militares en el Mediterráneo. Los Saboya debieron finalmente ceder Sicilia a cambio de Cerdeña (1720), tras largos y agotadores intentos de que Madrid aceptara, a través de sus enviados, las reivindicaciones de un Estado de medianas dimensiones, pero ya de rango real.
Palabras clave: Guerra de Sucesión Española; Paz de Utrecht; Reino de Sicilia; Reino de Cerdeña.
THE COURT OF TURIN AND THE ASCENSION OF PHILIP V TO THE THRONE: INITIAL REACTIONS IN THE CORRESPONDENCE OF THE SAVOY ENVOYS (1713-1718)
Abstract (english)
The War of the Spanish Succession transformed not only the political geography of Italy, but also the balance of power in the Mediterranean and the relationship between the major European powers. Among the ancient Italian states, the Duchy of Savoy was the most exposed, rapidly shifting between 1702 and 1703 from an alliance with the Bourbons to a sudden change of agreements with the pro-Austrian party, which at the end of the 17th century had already brought together the aims of Turin and Vienna during the War of the League of Augsburg, otherwise known as the Nine Years' War or the War of the Grand Alliance.
A decisive role in forging relations between the Turin court and France was initially played by the marriage of Vittorio Amedeo II's daughter, Maria Luisa Gabriella of Savoy, to Philip of Bourbon, the future king of Spain. The situation changed with the breakdown of alliances and after the death of Maria Luisa Gabriella of Savoy in 1714. The Peace of Utrecht (1713) had assigned the royal crown of Sicily to Victor Amadeus II of Savoy, entrusting it to the government of a new generation of capable Savoy officials and diplomats, who nevertheless encountered hostility from the Bourbon court of Spain, which led to the creation of the Quadruple Alliance and other military operations in the Mediterranean. The House of Savoy finally had to cede Sicily in exchange for Sardinia (1720), after long and exhausting attempts to persuade Madrid, through their envoys, to accept the demands of a medium-sized state, but one that was now of royal rank.
Keywords: Spanish War of Succession; Treaty of Utrecht; Kingdom of Sicily; Kingdom of Sardinia.
Paola Bianchi. PhD, es Profesora asociada de Historia Moderna en el Departamento de Estudios Históricos de la Universidad de Turín. De 2005 a 2021 impartió clases en la Universidad del Valle de Aosta. Desde octubre de 2022, tras su traslado, presta servicio en el Departamento de Estudios Históricos de la Universidad de Turín. En 2018 obtuvo la habilitación para la primera categoría como profesor de Historia Moderna. Miembro de la Junta Directiva de la Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna SISEM (2016-20), formó parte del claustro docente de la Escuela de Doctorado de la Universidad del Piamonte Oriental y, desde 2023-2024, forma parte de la Escuela de Doctorado del Departamento de Estudios Históricos de la Universidad de Turín. Es miembro del Comité Directivo de la revista «Società e Storia» y del Comité Científico de la «Rivista di Storia dell'Università di Torino». Miembro de la Società Italiana di Studi sul Secolo XVIII SISSD, forma parte del Centro Interuniversitario di Studi e Ricerche Storico-Militari CISRSM, de cuya colección forma parte del comité editorial, y del Centro di Studi sull’Arco Alpino Occidentale CSAAO . Desde 2025 es miembro efectivo nacional de la Deputazione Subalpina di Storia Patria (Turín, Palazzo Carignano) y miembro del Comité Científico de la Fondazione Luigi Firpo de Turín. Sus investigaciones y numerosas publicaciones se centran en las instituciones, la cultura y la sociedad, la circulación y la formación de las élites europeas y el fenómeno «militar» en particular entre el siglo XVII y la primera mitad del siglo XIX. La lista completa de publicaciones está disponible en el link: https://iris.unito.it/browse?type=author&authority=rp39558
Correo electrónico: paola.bianchi@unito.it
ID ORCID: 0000-0002-8870-5640
LA CORTE TORINESE E L’ASCESA AL TRONO DI FILIPPO V: PRIME REAZIONI NEI CARTEGGI DEGLI INVIATI SABAUDI (1713-1718)
Da Maria Luisa di Savoia, “La Saboyana”, a Elisabetta Farnese
I primi decenni del XVIII secolo coinvolsero direttamente i Savoia nelle vicende dell’avvento al potere borbonico in Spagna. Il Ducato sabaudo era stato, infatti, uno degli antichi Stati italiani su cui maggiormente avevano pesato gli spostamenti delle alleanze durante la guerra di Successione combattuta fra il 1701 e il 1714. Una guerra destinata a trasformare non solo la geografia politica della Penisola, ma gli equilibri nel Mediterraneo e il rapporto di forza tra le maggiori potenze europee.
A metà Ottocento il patriota milanese Carlo Cattaneo (1801-1869), consegnando alla storiografia il modello (deformato) di una lettura proto-nazionale dei conflitti dinastici settecenteschi, leggeva la guerra di Successione spagnola come un’autentica svolta per gli spazi italiani: Milano, secondo le sue parole, aveva ottenuto dal 1713, dopo Utrecht, di staccarsi dal “cadavere spagnolo” e l’Italia di ricongiungersi all’“Europa vivente”.
“Al principio del secolo XVIII era mirabile il fermento che si vedeva nelle nazioni. La Russia si era desta dal sonno dei secoli; la Prussia era un regno; la stirpe britannica surgeva a inaspettata potenza, fondava un imperio nelle Indie, e un altro e più glorioso in America. Il ducato di Milano si era finalmente distaccato dal cadavere spagnolo, e ricongiunto all'Europa vivente. I domini austriaci, vari di lingua, e dissociati di civiltà, cominciarono ad essere uno Stato, e possedere un principio d'amministrazione e d'unità. Ma se lo spirito del secolo e l'animo della Regnante additavano le grandi vie del ben publico e della prosperità, gli esperimenti erano ardui. Nelle provincie germaniche, slave e ungariche rara la popolazione, rare le città, poche tracce o nessuna d'incivilimento più antico, isolata la posizione su le frontiere di nazioni barbare. In Fiandra v'erano città lavoratrici e ubertose campagne, e vicinanza di nazioni progressive; ma lo spirito dei popoli era provinciale, tenace, diffidente. La Lombardia, che già sentiva l'aura del tempo che veniva, e nella sua miseria era pur sempre una terra di promissione, e aveva un popolo di mente aperta e d'animo caldo e sensitivo, parve ai zelatori del bene come uno di quei campi eletti, in cui l'agricultore fa prova di qualche novella semente. È un fatto ignoto all'Europa, ma è pur vero: mentre la Francia s'inebriava indarno dei nuovi pensieri, e annunciava all'Europa un'era nuova, che poi non riesciva a compiere se non attraverso il più sanguinoso sovvertimento, l'umile Milano cominciava un quarto stadio di progresso, confidata a un consesso di magistrati, ch'erano al tempo stesso una scuola di pensatori” (CATTANEO, 1844; CASTELNUOVO FRIGESSI, 1972: cap. XXXIX).
Nelle pagine di Cattaneo affioravano, evidentemente, alcune forzature: il rilievo attribuito al “fermento nelle nazioni” che anticipava di un secolo circa le tensioni patriottiche che sarebbero maturate nel corso del XIX secolo, l'immagine di un avanzato e irreversibile stato di decadenza della Spagna dovuto agli epigoni del governo degli Austrias e, per contro, l’idea di un ormai maturo e originario buon governo attuato dal regime austriaco. Tesi oggi in gran parte superate (STORRS, 2006).
All’aprirsi del Settecento, infatti, l’età dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, il rivale di Filippo di Borbone, non era ancora quella che avrebbe caratterizzato il riformismo della figlia Maria Teresa e del nipote Giuseppe II. Carlo VI, inoltre, conservò un ricordo indelebile degli anni giovanili trascorsi a Barcellona, tanto che nel 1711 tornò dalla Spagna per l'elezione imperiale con un certo numero di ministri e consiglieri catalani, e uno dei primi passi del suo impero fu la creazione di un Consejo (dicembre 1713) organizzato sulla falsariga del vecchio Consiglio d'Italia creato da Filippo II (1558), da cui sarebbero dipesi i viceré di Napoli e di Cagliari, poi anche di Palermo (quando, nel 1720, la Sicilia passò per pochi anni dal breve governo sabaudo all’Austria, in cambio della Sardegna) e il governatore di Milano. Nei domini asburgici italiani l’iniziale continuità di governo rispetto alla struttura istituzionale precedentemente creata dagli Austrias fu, del resto, voluta, per non compromettere eccessivamente i rapporti con i ceti dirigenti locali.
Differente la situazione in uno Stato come quello sabaudo, bene o male cresciuto nel corso dei secoli mantenendo una propria autonomia, se pur spesso piegata dalle alleanze con Stati più forti. All’aprirsi del Settecento la posizione del duca di Savoia passò rapidamente fra il 1702 e il 1703 dall’intesa con i Borbone a un cambio repentino di accordi con il campo nemico: quel partito filo-austriacante che a fine Seicento aveva già fatto incontrare le mire di Torino e di Vienna durante la guerra della Lega d’Augusta, altrimenti nota come Guerra dei Nove Anni o della Grande Alleanza.
Un ruolo decisivo nel tessere i rapporti della corte torinese con la Francia era stato giocato dalla figlia di Vittorio Amedeo II, Maria Luisa Gabriella di Savoia, andata sposa nel 1701, appena tredicenne, a Filippo di Borbone, offrendogli legami dinastici più che solidi (MERLOTTI, 2008). Quel matrimonio aveva rappresentato il prezzo dell’alleanza conclusa fra il re Sole e Vittorio Amedeo II, a seguito della quale il duca di Savoia, schierandosi contro l’Impero, avrebbe dovuto contrastare le pretese asburgiche al trono iberico avanzate dall’arciduca Carlo, figlio dell’imperatore Leopoldo I.
Le nozze, come in ogni occasione simile, erano state celebrate inizialmente per procura a Torino. A rappresentare lo sposo era stato scelto l’anziano Emanuele Filiberto Amedeo di Savoia Carignano: un principe del sangue che costituiva l’ultimo esponente di quella vecchia fazione “principista” (già alleata alla Spagna) che a metà Seicento aveva cercato di contrastare in Piemonte la reggente Cristina di Borbone, vedova del duca Vittorio Amedeo I, e, più in generale, l’egemonia francese sui domini sabaudi (BIANCHI e MERLOTTI, 2020).
Nel 1701 da Torino Maria Luisa Gabriella si era trasferita a Nizza, dove aveva incontrato quella che sarebbe stata la sua camarera mayor: la potente Marie-Anne de La Trémoille (1642-1722), vedova del principe romano Flavio Orsini di Bracciano, che Luigi XIV e la marchesa de Maintenon avevano scelto per lei, perché la giovane regina di Spagna potesse essere controllata a distanza dal re Sole. Scortata da un corteo di servitori piemontesi fino a Perpignan, Maria Luisa Gabriella era stata affidata alle cure di dame francesi dirette dalla principessa Orsini. L’incontro con Filippo V, a Figueras, aveva dato il via a una nuova cerimonia nuziale, dopo la quale la principessa sabauda aveva dovuto iniziare presto a prendere le misure a una corte in parte ostile, divisa fra vecchi partigiani degli Austrias e nuovi esponenti della corte borbonica, e irrigidita in un cerimoniale lontano dai costumi torinesi. Il re Sole avrebbe voluto che la giovane si lasciasse dirigere dall’ambasciatore francese a Madrid, il cardinale d’Estrées, agendo semplicemente come mediatrice a corte delle sue decisioni. Così, però, non fu.
La determinazione di Maria Luisa Gabriella e della principessa Orsini aveva, infatti, impedito al cardinale di sedere nel Consiglio di Stato come il re Sole avrebbe voluto. La principessa sabauda aveva, poi, saputo conquistare libertà di manovra finendo, col passare del tempo, per abbracciare la causa di Filippo V più di quella di Luigi XIV. Non senza, tuttavia, patire personalmente, nel suo intimo, dissidi e tristezza.
Nell’aprile 1702 Filippo V era stato costretto a lasciare la Spagna e a trasferirsi in Italia. A Maria Luisa Gabriella spettò allora il non facile compito di saldare i rapporti di fedeltà fra la corte e la nuova dinastia appena insediata sul trono spagnolo. Successivamente si trovò a seguire la rottura del fronte alleato. Tra la fine di settembre e l’inizio dell’ottobre del 1703 il padre Vittorio Amedeo II aveva infatti abbandonato l’alleanza con i Borbone passando a quella con Vienna.
Importante, se non principale artefice dell’alleanza austro-sabauda era stato un nobile piemontese dedito da tempo alla carriera diplomatica: Ercole Turinetti di Priero (Torino 1658-Vienna 1726), già ambasciatore a Londra (1679 e 1682) e a Vienna (1691-1701) e già attore sulla scena delle trattative diplomatiche alla fine della guerra della Lega d’Augusta (MERLOTTI, 2000). Proveniente da una famiglia d’origine feneratizia arricchitasi e infeudatasi nel corso del Seicento, destinata a restare fra il ceto dirigente più facoltoso nella Torino del Settecento, col consenso di Vittorio Amedeo II Turinetti era passato al servizio dell'Austria, assumendo l’incarico di commissario presso l'esercito d'Italia (1707), quindi di ambasciatore a Roma (1708), infine di vicegovernatore dei Paesi Bassi (1714-25), delegato di fatto ad agire in quel territorio a nome del principe Eugenio.
Vista nell'arco di più decenni, la politica sabauda rientrava, apparentemente, nel tradizionale balance of power a cui i territori controllati dai Savoia, alle porte d’Italia e lungo un importante snodo di confini con l’Europa, erano stati abituati da secoli. È indubbio, tuttavia, che questo cambio d’alleanza, che portò i plenipotenziari sabaudi a trattare nel 1713 con i rappresentanti dei maggiori Stati europei a Utrecht, innescò trasformazioni di nuova portata non soltanto per l’estensione dello Stato, ma per il suo rango a livello internazionale (STORRS, 1999).
Quel rovesciamento delle alleanze aveva rappresentato per la giovane moglie di Filippo V un duro colpo, cui parve reagire con una notevole fermezza, degna dell’energico carattere del padre. I due anni trascorsi in Spagna l’avevano resa sicura di sé, anche se, nel copioso carteggio che intrattenne fino alla sua precoce morte (1714) con il padre, con la madre, con i fratelli e con la nonna paterna, senza mai interrompere davvero i contatti con Torino, rivelò il profondo contrasto fra l’attaccamento alla propria dinastia e gli obblighi imposti dall’adempimento dei doveri di sovrana (AST, Corte, Materie politiche per rapporto all'interno, Lettere diverse Real Casa, Lettere Principi diversi di Savoia, mazzo 26; La comtesse de La Rocca, éd. par, 1865).
Alla corte spagnola, la principessa sabauda aveva trovato un clero più opprimente di quello conosciuto a Torino (Lettere Principi diversi di Savoia, mz. 26, fasc. 1, lettera n. 10, da Barcellona, 10 novembre 1702) e l’assenza di quegli spazi cerimoniali riservati alle donne che in Piemonte erano ancora previsti, in particolare un “gabinetto” per la sociabilità della regina, nonostante la stretta che Vittorio Amedeo II aveva già dato al potere della madre, Giovanna Battista di Savoia Nemours, e della moglie, Anna d’Orléans (MERLOTTI, in corso di stampa).
Accolta da Filippo V con un rispetto e un affetto poco comuni per le consuetudini della ragion di Stato che generalmente regolavano le unioni fra regnanti, la giovane aveva saputo esercitare una reggenza complicata quando il consorte era stato costretto a lasciare la Spagna trasferendosi in Italia, dove l’esercito imperiale, guidato da Eugenio di Savoia, aveva invaso e conquistato il Ducato di Milano. Dell’arrivo di Eugenio, che stava inviando truppe contro Napoli, diede tempestiva notizia scrivendo alla madre e confessando tutta la nostalgia per Torino e l’amore immutato nutrito verso i genitori da lei lontani (Lettere Principi diversi di Savoia, mz. 26, fasc. 1, lettera da Barcellona, 29 gennaio 1703). E così in altre lettere inviate al padre, confidenzialmente definito “cher papà”, a fronte del dolore provato per il protrarsi della guerra che divideva ormai da tempo le due corti di Madrid e Torino (Ivi, fasc. 8, lettera da Madrid, 31 gennaio 1708).
Separata temporaneamente, fra 1704 e 1705, per volere di Luigi XIV, dalla principessa Orsini, Maria Luisa Gabriella aveva mostrato via via una sempre maggiore autonomia nelle proprie scelte, occupandosi ormai direttamente degli affari di Stato, dando buona prova di sé in un momento particolarmente difficile per la Corona di Spagna, segnato, fra l’altro, dalla perdita di Gibilterra, conquistata dagli inglesi nell’agosto 1704, e dall’occupazione imperiale di Barcellona nel 1705.
Il 1706 era stato l’anno peggiore della guerra per le Corone borboniche. Filippo V aveva tentato di reagire all’invasione dell’anno precedente assediando Barcellona, ma le operazioni militari non avevano avuto l’esito sperato. L’assedio non era stato vittorioso e un esercito anglo-portoghese aveva invaso la Spagna, conquistando anche Madrid in giugno. Tre mesi dopo Torino veniva liberata dall’assedio dell’esercito franco-spagnolo, grazie all’intervento congiunto di Vittorio Amedeo II e di Eugenio di Savoia a capo delle truppe alleate filo-imperiali (BIANCHI, 2007).
Maria Luisa Gabriella, ormai diciottenne, aveva rivelato una notevole forza d’animo nella difesa della capitale spagnola, trasferendosi a Burgos solo quando la resistenza apparve inutile. Aveva, inoltre, convinto Filippo V a non lasciare la Spagna per rifugiarsi in Francia, come altri gli avevano invece consigliato. Nell’aprile 1707 le truppe spagnole guidate dal maresciallo di Francia James FitzJames duca di Berwick, figlio naturale di Giacomo II Stuart, sconfitte quelle anglo-portoghesi nella battaglia di Almanza, avevano infine liberato Madrid. Quattro mesi più tardi nasceva il primo figlio della coppia reale, Luigi Ferdinando, principe delle Asturie.
I contatti con Torino non si erano mai interrotti nel carteggio di Maria Luisa Gabriella, che nel 1708 esortava per lettera il padre Vittorio Amedeo II a rinunciare all’alleanza con l’Impero, in cambio dell’ottenimento del Ducato di Milano. Il tentativo, com’è noto, non avrebbe avuto alcun seguito, ma era stato un segno che dopo sette anni di guerra le forze in campo erano ansiose di trovare una via d’uscita.
Nel 1709 Luigi XIV aveva poi fatto credere di voler abbandonare la causa del nipote Filippo. E la giovane regina, per tutta risposta, non aveva esitato a cacciare i cortigiani francesi, sostituendoli con nobili castigliani: una scelta che le garantì un più ampio consenso fra i sudditi spagnoli. Il 2 luglio dello stesso anno nasceva il secondogenito, battezzato Filippo Emanuele, destinato però a morte prematura.
La guerra non era conclusa e il ruolo della giovane sovrana si faceva sempre più difficile nel tentativo di conciliare affetti, relazioni private e doveri di governo. Nel 1710 la Spagna era tornata a essere teatro di battaglie, mentre si apriva una nuova fase di reggenza. In giugno le truppe di Filippo furono sconfitte nella battaglia di Almenara e in agosto la corte lasciò ancora una volta Madrid, trasferendosi a Vitoria. A fine settembre l’armata guidata dall’arciduca Carlo d’Asburgo entrò dunque nella capitale, ma pochi mesi dopo Filippo V vinceva la battaglia di Villaviciosa e la corte riusciva a tornare, con la regina, a Madrid. La guerra andava ormai spegnendosi e quando, nel 1711, l’arciduca Carlo d’Asburgo salì al trono imperiale, la posizione di Filippo V e di Maria Luisa Gabriella risultò praticamente sicura.
Il 7 luglio 1712 un nuovo parto: nasceva il terzo figlio della coppia reale, Filippo Pietro Gabriele (m. 1719), che risollevò Maria Luisa Gabriella dal dolore per la morte della sorella Maria Adelaide, duchessa di Borgogna (su Maria Adelaide di Savoia: RIVA, 2015; su Maria Luisa Gabriella di Savoia: SCLOPIS, 1866). Lutti e nascite erano stati alterne occasioni per i contatti con i genitori, in particolare con il padre Vittorio Amedeo II.
Il trattato di Utrecht, siglato fra marzo e aprile del 1713, segnò la fine la guerra, che aveva trasformato la principessa piemontese in una sovrana rispettata dalla corte castigliana, dove per antonomasia era ormai definita “la Saboyana”. In una lettera inviata al padre, la giovane esprimeva tutta la sua soddisfazione non solo per la pace, ma anche per la ritrovata serenità privata (Lettere Principi diversi di Savoia, mz. 26, fasc. 31, lettera da Madrid alla nonna Giovanna Battista di Savoia Nemours, 24 luglio 1713). La nascita del quartogenito peggiorò, tuttavia, irrimediabilmente le sue condizioni di salute, da tempo frangili.
Maria Luisa si spense poco dopo a Madrid, il 14 febbraio 1714. Altri avrebbero ricevuto i frutti della sua condotta. Da allora, tuttavia, mancò un’importante presenza sabauda in Spagna, e le relazioni fra Torino e la corte borbonica si giocarono tutte sul filo di difficili rapporti diplomatici.
Dopo Utrecht: gli spazi italiani come pedine del gioco diplomatico europeo
Carlo d’Asburgo, salito al trono del Sacro Romano Impero come Carlo VI nel 1711, non si era rassegnato ad abbandonare in mani borboniche il trono spagnolo. Il conflitto fra Vienna e Madrid era tuttavia al termine. La conquista francese di Friburgo aveva spinto infatti gli austriaci a trattare.
Il principe Eugenio di Savoia e il maresciallo de Villars si incontrarono, così, a Rastadt, nel Palatinato, per siglare la pace del 6 marzo 1714. Con quegli accordi gli alleati dei Borbone, gli elettori di Baviera e Colonia, riconquistavano i propri Stati, mentre l’imperatore aggiungeva ai domini asburgici i Paesi Bassi, il Milanese e il Regno di Napoli. Quest’ultimo, però, soltanto per due decenni ancora.
Utrecht e Rastadt avevano dunque rappresentato, per Filippo V, una soluzione amara, facendogli accettare di cattivo grado il divieto della successione al trono di Francia. Nel 1714, col peggioramento dello stato di salute di Luigi XIV e la morte del duca di Berry, fratello di Filippo, il nuovo re di Spagna restava il parente più vicino al futuro Luigi XV; ma la reggenza era destinata a passare a Filippo d’Orléans, anche se il vecchio re Sole, che non amava questo suo nipote, aveva tentato fino all’ultimo di lasciare poteri esorbitanti al figlio legittimato, il duca del Maine (ROWLANDS, 2002).
La lunga guerra generata dalla successione sul trono di Madrid aveva, così, finito coll’inasprire le relazioni fra il trono di Francia e quello di Spagna. Lo stesso anno, le tensioni aumentarono dopo le seconde nozze di Filippo V, rimasto vedovo, con Elisabetta Farnese, nipote del duca di Parma.
Già prima di incontrare il marito, la Farnese aveva fatto allontanare la principessa Orsini dalla corte madrilena portando nuovi fidati cortigiani al proprio servizio, fra cui l’influente cardinal Alberoni. Madrid si preparava a riconquistare, sotto la nuova dinastia regnante, un ruolo importante negli spazi italiani. Occorreva, però, riconfigurare le relazioni, mai interrotte, con le élites degli antichi Stati.
Immediatamente fu l’Austria a guadagnare il controllo del nord e del sud dell’Italia. Solo il Regno di Sicilia, con un sovrano energico come Vittorio Amedeo II, era di fatto uscito rafforzato dalla guerra del 1701-1714 e fra i vincitori, consolidando la propria indipendenza, soggetto e non oggetto della politica europea negli spazi della Penisola, ma con un’estensione territoriale ancora precaria e per un arco di anni in cui la diplomazia operò raccogliendo con grande circospezione, e non senza difficoltà, le notizie che arrivavano da Madrid.
A Utrecht il corpo diplomatico sabaudo aveva compiuto un salto di qualità, grazie all’azione congiunta di tre figure diverse, ma complementari: il conte Annibale Maffei, Ignazio Solaro della Moretta marchese del Borgo e Pierre Mellarède (BIANCHI, 2017a). A Vienna, peraltro, il principe Eugenio di Savoia era stato spesso costretto a dissimulare il proprio sostegno a Vittorio Amedeo II, e cioè alla dinastia alla quale apparteneva. Allo scorcio della guerra ci si era, infatti, chiaramente accorti che l’imperatore Carlo VI aveva maturato un crescente astio verso la corte sabauda, imputandole di aver osato stringere autonomamente le trattative con i francesi e gli spagnoli (STORRS, 1999: 123, 156).
Nel 1713 da Vienna l’inviato piemontese, il conte San Martino di Baldissero, scriveva:
“Questo [il re di Sicilia, Vittorio Amedeo II di Savoia] è quel prencipe che più d’ogni altro si teme dalla corte di Vienna ... Presentemente l’imperatore vi ha un astio, contro, grandissimo a riguardo della pace che ha fatto con la Francia e con il re Filippo di Spagna. Né può digerire che siasi, come crede, a di lui pregiudicio fatto dare il regno della Sicilia, e che oltre a questo abbi impegnata la Francia e la Spagna a farli rimettere il Vigevanasco e li feudi delle Langhe” (MORANDI, 1935: 139).
Il gioco diplomatico era perciò tutt’altro che spianato. L’Italia, come aveva denunciato un’allegoria a stampa datata 1701 del celebre pittore e incisore bolognese Giuseppe Maria Mitelli (1634-1718), era stata devastata e “cinta di ferro e fuoco” (SORCE, 2011).
A pace conclusa, il fuoco non era comunque né sopito né spento, e l’attenzione internazionale si fissava anche, se non soprattutto, su quelle zone insulari che l’acquaforte del 1701 aveva trascurato, ma che restavano basi strategiche più che mai contese nella dimensione mediterranea del potere delle maggiori monarchie europee.
Illustrazione N°1: Giuseppe Maria Mitelli, Italia son cinta di ferro e fuoco (1701).

Fonte: Stampa conservata a Milano, presso Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco, Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli (https://www.lombardiabeniculturali.it/stampe/schede/H0110-16610/).
Filippo V aveva firmato l’atto di cessione della Sicilia a Vittorio Amedeo II di Savoia nell’agosto del 1713. Il passaggio dell’isola al duca di Savoia era stata però subito accolta con inquietudine dai principi italiani - i Ducati di Parma, Modena, Mantova, il Granducato di Toscana - e dalle Repubbliche di Genova e Lucca. Contraria risultò soprattutto l’Austria, che non riconobbe mai Vittorio Amedeo II come re di Sicilia. La corte di Roma, inoltre, da tempo in contrasto con il Savoia, era decisa a rendergli la vita difficile sfruttando la precedente e annosa diatriba fra il governo vicereale spagnolo e la Santa Sede per il Tribunale della Monarchia (STELLARDI, 1862-1863; LA LUMIA, 1877).
Il peso rivestito in Spagna da Alberoni grazie all’appoggio convinto della regina Elisabetta Farnese aveva rilanciato, del resto, l’economia spagnola avviando, di fatto, una nuova fase di riarmo (STORRS, 2016). Nel 1715 il sovrano aveva già rimesso in piedi anche i reggimenti composti da italiani al servizio della Spagna. E negli anni seguenti, fra 1717 e 1718, le campagne per recuperare i domini in Italia erano destinate ad assistere a un’ulteriore iniezione di reclute (MAFFI, 2011). Prima che nel 1718 lo sbarco in Sicilia delle truppe spagnole coinvolgesse un gran numero di compagnie sotto le insegne di Filippo V contro i Savoia, prima che da Palermo a Messina il numero degli aristocratici siciliani disposti ad armare uomini a sostegno dei Borbone si rivelasse consistente, la diplomazia sabauda agì per gestire i difficili rapporti tanto con Vienna quanto con Madrid.
Fra il 1715 e il 1717 dalla capitale spagnola giunse a Torino una straordinaria quantità di lettere da un segretario d’ambasciata e dall’ambasciatore incaricato, impegnati entrambi a costruire una fitta rete di relazioni per parare i colpi e cercare di reggere la scena. Le lettere erano indirizzate al sovrano o a chi poteva ragguagliarlo all’interno del Consiglio di Stato. Il neonato Regno di Sicilia non disponeva, infatti, ancora di quelle Segreterie (divise per funzioni fra Interni, Esteri e Guerra) che avrebbero rappresentato dal 1717 in poi l’ossatura fondamentale per il governo del territorio (STORRS, 1999; BIANCHI e MERLOTTI, 2017a). Il primo compito degli inviati sabaudi nella Spagna del nuovo governo borbonico era sostanzialmente quello di ricucire le fratture create dal cambio di alleanze attuato da Vittorio Amedeo II durante la guerra, oltre a quello di prendere le misure della corte madrilena, che stava ridisegnando la propria composizione.
All’aprirsi del conflitto il testimone che aveva assistito, in veste di ambasciatore sabaudo, alla crisi dinastica che portò alla scelta di Filippo d’Anjou come nuovo sovrano era stato un cavaliere gerosolimitano, fra Costanzo Operti, profondo conoscitore degli ambienti curiali, in contatto con varie sedi, con diversi sovrani, principi, uomini di Chiesa e “particolari”. Già nelle sue lettere si evinceva l’evidente rottura politico-istituzionale provocata dall’arrivo di un sovrano francese a Madrid all’inizio della guerra di Successione spagnola (RIVA, 2016: 199-213).
Passata al fronte anti-borbonico, dal 1707 al 1711 Torino aveva poi ricevuto ragguagli dall’inviato straordinario, presente alla corte dell’arciduca Carlo d’Asburgo, Giuseppe Nicolò Eleazaro Wilcardel de Fleury, l’irrequieto marchese di Trivero e Mortigliengo, poi ministro sabaudo a Londra e Vienna, che avrebbe deciso infine di lasciare i domini sabaudi per prestare servizio in Polonia, in segno di protesta contro le riforme feudali di Vittorio Amedeo II, che lo avevano penalizzato (MORANDI, 1935: 39-87; QUAZZA, 1965: 359-403; MORO, 2019: 975-997).
Dal 1713 al 1717 scrivere da Madrid toccò a Gaspare Maria Lodovico Morozzo, in qualità di ambasciatore sabaudo. Un ambasciatore che stentò a essere riconosciuto e ricevuto adeguatamente alla corte di Filippo V. Suo padre, Carlo Francesco Morozzo (m. 1699), era stato cavaliere dell’Annunziata, grand’aio di Vittorio Amedeo II, inviato a Milano, Parma, Parigi, Londra, Vienna, gentiluomo di Camera e consigliere ordinario del Senato. Gaspare Maria Lodovico, nato a Torino nel 1675, dove morì nel 1732, era gran cancelliere dell’Ordine mauriziano dal 1690. Infeudato di Bianzé col marchesato nel 1722, sposò Maria Giovanna Battista Saluzzo di Paesana (altra famiglia nobile molto in vista), dama della regina alla corte torinese (BIANCHI e MERLOTTI, 2017b: 29-43; MOROZZO DELLA ROCCA, 1887).
Nella capitale spagnola si trovava, dal 1713, immediatamente dopo gli accordi di pace, anche Onorato Leotardi, in contatto epistolare, in francese, con il potente segretario di Stato sabaudo Giuseppe Gaetano Giacinto Carron di San Tommaso (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc.1). Figura sfuggente (STORRS, 2025: 162), si trattava forse di un parente del più noto giurista nizzardo Leonardo Leotardo, scomparso nel 1660, che era stato console, prefetto di Nizza, quindi senatore, conosciuto soprattutto per il suo Liber singularis de usuris, pubblicato per la prima volta nel 1643 a Lione, riedito nel 1662 e 1682, e ancora a Venezia (1655, 1761) e a Brescia (1701). Leotardi fu creditore di Filippo V per finanziarne alcune campagne militari, come apprendiamo da alcune lettere:
“questo Signore dopo d’aver supplicato più anni di continuo Sua Maestà Cattolica per il pagamento del suo credito … dopo d’aver fatto prestito a queste Finanze Reggie pendente l’assedio di Barcellona d’una partita considerabile di grani ascendente al valore di trentamilla scudi, finalmente gli è stato accordato il pagamento d’una pezza del suo avere di venti milla doble, mediante però che s’addossasse per l’anno inminente l’impresa della munizione e viveri per le truppe esistenti né Regni d’Aragona e Valenza, con patti e condizioni sì gravose che ne resta palpabile la perdita di quatro o cinque milla doble, senza che si parli per ora di restituirgli l’accennato grano o abbonargliene il suo valore“ (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 3, 19 novembre 1714).
Egli era certamente originario di Nizza, ma risultava residente a Madrid in una “villa”, dove fece testamento nel 1733. Fu infeudato da Vittorio Amedeo II di Pigna, presso Nizza, nel 1718 (MANNO, 1895: 310; CARUTTI, 1860: 12).
Dal 1714 al 1718 a Madrid fu pure il segretario Giuseppe Cordero, o “Corderi”, autore di un fittissimo carteggio in italiano indirizzato pure a Carron di San Tommaso (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 3, e mz. 59).
Fin dal luglio 1713 Leotardi era stato incaricato di trovare documentazione risalente al regno di Filippo II d’Asburgo da trasmettere al Consiglio di Stato a Torino per la via di Nizza; ma il “papier” richiesto tardava a essere consegnato dal Consiglio d’Italia spagnolo (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 1, 10 luglio 1713). Intanto a Madrid erano in corso i cambiamenti nelle principali cariche della monarchia, mentre la regina esercitava un sempre più forte “pouvoir sur l’esprit du Roy”. Il 25 febbraio 1715 Leotardi annunciava che il cardinal Francesco Del Giudice era stato scelto ormai praticamente come primo ministro di Stato e inquisitore generale nel Consiglio dell’Inquisizione. Vittorio Amedeo II, attraverso gli inviati a Madrid, avrebbe cercato in Del Giudice un sostegno per entrare in sintonia con la corte di Filippo V, proprio in quel biennio che fu per il cardinale insieme l’apice del successo in Spagna e l’inizio della conversione al partito filo-asburgico.
Nato a Napoli nel 1647 da una famiglia originaria di Genova entrata nel baronaggio, Del Giudice era figlio del principe di Cellamare e duca di Giovinazzo. Grazie all'appoggio della Spagna e ai cospicui mezzi finanziari, compì in Curia una rapida carriera fino alla nomina a cardinale. Nel 1699 Carlo II lo aveva scelto come componente di un nuovo Consiglio di Stato, ma il cardinale non aveva abbandonato Roma, dove continuò le funzioni di rappresentante, assumendo anche la carica di cardinale protettore. Salito Filippo V sul trono di Spagna, Del Giudice divenne uno dei principali esponenti del partito borbonico. Viceré di Sicilia dal 1702, nel 1709, quando la Santa Sede riconobbe le conquiste di Carlo VI d'Asburgo, la Spagna ruppe le relazioni diplomatiche e il cardinale abbandonò Roma ritirandosi a Genova. Luigi XIV lo stimava molto, dunque nel novembre 1710 inserì il suo nome in una rosa di candidati tra cui scegliere un primo ministro da affiancare al nipote Filippo V. Nel 1715, dopo l'arrivo di Elisabetta Farnese in Spagna, da dove fu cacciata la principessa Orsini (principale avversaria del cardinale), Del Giudice fu richiamato a Madrid, riuscendo a realizzare una fulminea ascesa ai vertici dello Stato. Nominato ministro per gli affari della Giustizia e della Chiesa, divenne precettore dell'erede al trono, ottenendo anche il controllo della politica estera, di fatto come primo ministro. Trovato però un acerrimo avversario in Giulio Alberoni, finì isolato. Esonerato nel 1716 dall'incarico di precettore del principe delle Asturie, diede le dimissioni da grande inquisitore e da membro del Consiglio di Stato. Lasciata la Spagna nel 1717, si fermò a Genova e a Torino, dove s’intrattenne per un certo periodo presso la corte di Vittorio Amedeo II. A Roma, come esponente del partito asburgico, nel conclave del 1721 contribuì all’elezione di Innocenzo XIII, e in quello del 1724 all’elezione di Benedetto XIII, suo amico personale. Morì nel 1725 (MESSINA, 1988).
Nel dicembre 1713, mentre le truppe spagnole stavano smobilitando dalla Sicilia, Vittorio Amedeo II, alle soglie dell’incoronazione, aveva scritto a Morozzo, a Madrid, descrivendo la situazione in Sardegna, accerchiata da navi spagnole, e a Napoli, sulla base degli “avvisi” ricevuti da quelle zone:
“Gli allemani in Calabria non sono di più di due milla uomini … A Reggio vi sono circa due milla soldati e da detta città sino alla porta del Peloro non vi sono né guardie né trinciere, ma solo le antiche torri. Delle antiche truppe spagnuole ch’erano nel Regno di Napoli sono partite circa 4mila persone comprese le donne, i figliuoli per andar in Ongheria, imbarcati sopra due vascelli, 14 tartane et al loro seguito vi ertano 30 barche vuote che si dice andassero a caricare grani nella Puglia. Passando per il faro di Messina hanno fatti sbarcare a Reggio 12 pezzi di cannone, 4 mortari, mille barili di polvere e piombo et una quantità di utigli” (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 2, lettera di Vittorio Amedeo II a Morozzo, 9 dicembre 1713).
Il sovrano sabaudo lamentava la mancanza di notizie da Madrid, su come procedere per adeguarsi ai cerimoniali e alle precedenze senza entrare in aperto conflitto con i principi siciliani, con la corte borbonica e con quella di Roma (Lettere ministri, Spagna, lettere di Vittorio Amedeo II a Morozzo, a Madrid,16 dicembre 1713 e 13 gennaio 1714).
I ritardi nelle risposte tramite gli inviati sabaudi, l’inerzia nel predisporre l’accoglienza di Morozzo a corte a Madrid, le resistenze percepite come sgarbi furono all’ordine del giorno in buona parte della corrispondenza ricevuta a Torino da Madrid fra 1714 e 1717. Lo manifestò molto chiaramente, aggiungendo nelle lettere spedite a Carron di San Tommaso anche valutazioni molto schiette, il segretario d’ambasciata Giuseppe Bartolomeo Cordero (1671-1731), che stava iniziando una brillante carriera come uno dei personaggi di fiducia di Vittorio Amedeo II. Non fu casuale che, dopo Madrid, egli fosse destinato a svolgere un analogo incarico d’inviato a Roma (1719) e a Parigi (1721).
Laureatosi in legge a Torino nel 1703 (contro la prassi della nobiltà di Mondovì di laurearsi nell’antico Studio monregalese prima della grande stagione di riforme degli anni Venti), Cordero era entrato nell’Uditorato generale di guerra, il tribunale che giudicava i reati militari, al quale afferì nel corso dell’intera guerra di successione spagnola. Importante fu per lui l’eccellente rapporto con il potente Carlo Vincenzo Ferrero marchese d’Ormea, futuro primo segretario degli Interni e degli Esteri (FRIGO, 1991: 189-197; COMINO, 2001: XXVII-XXIX; BIANCHI e MERLOTTI, 2009: 191, 208, 210).
Amareggiato per non essere stato inizialmente riconosciuto come segretario d’ambasciata dal “signor ambasciatore marchese Morozzo”, che lo escludeva dalla comunicazione dei dispacci per “diffidenza”, Cordero aveva ricevuto il compito di trasmettere, tradotte in italiano, a Vittorio Amedeo II antiche carte sulla giurisdizione siciliana: bolle papali, un “libro estratto dal protonotario del Regno di Sicilia l’anno 1562, ove s’esprimono le concessioni e preminenze spettanti alla Monarchia” e le “differenze tra il vescovo di Catanea e ‘l Giudice della Monarchia dall’anno 1694 sin al 1701” (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 3, lettere da Madrid di Cordero a Carron di San Tommaso, 5 gennaio e 3 giugno 1714). Raccolse, in tal senso, facendoli tradurre dallo spagnolo all’italiano, documenti forniti da Manuel de Vadillo y Velasco, segretario del Dispaccio universale: tutte le “scritture” utili “negli Archivi delle Secretarie di Stato, Italia e Simancas spettanti al Regno di Sicilia ed a’ Paesi ceduti d’Alessandria della Paglia, Lomellina, Valle di Sesia, Valenza del Po, e feudi delle Langhe ed anche l’ordine che di nuovo si dava, acciò che ne’ medesimi Archivi e parimente in quello d’Aragona si proseguisse la ricerca delle rifferte scritture” (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 3, lettera di Cordero da Madrid, 14 maggio 1714).
L’ambasciatore Morozzo tardava, peraltro, a essere accolto pubblicamente come “ministro straniero”. A mediare fra la corte di Madrid e quella di Torino, in contatto con Cordero, erano la principessa Orsini, prima del suo allontanamento, e Vittorio Amedeo Fieschi di Masserano marchese di Crevacuore (1687-1743), naturalizzato spagnolo dopo l’arruolamento nelle truppe di Filippo V durante la guerra di successione spagnola e divenuto importante uomo di corte e diplomatico al servizio del re di Spagna: uno di quegli italiani a favore dei quali fu concepita la riforma dei corpi armati che i Borbone di Spagna portarono a compimento nel 1715. Fieschi era, del resto, figlio di Cristina Ippolita di Savoia, figlia naturale del duca Carlo Emanuele II di Savoia, riconosciuta come sorellastra di Vittorio Amedeo II (BIANCHI, 2015).
Tornando a Cordero, il segretario continuava a lamentarsi di non riuscire a leggere i dispacci di corte.
“Il signor ambasciatore nulla conferisce meco, e sin ora non ho avuto il vantaggio di legger un dispaccio di Corte … Scarseggio altresì delle notizie che risguardano questa Corte, poiché, trovandomi astretto quando esco di casa di tapinar a piedi, senza ne pur un staffiere, in una città ove sino i claustrali nonostante il voto di povertà usano carrozza, non posso produrmi in quelle cognoscenze proprie del mio impiego… Continua la solita intrinsichezza tra ‘il Signor Ambasciatore [Morozzo] e ‘l Principe di Campofiorito avendo motivo di credere ch’il di lui parere sia di qualche considerazione press’il sudetto mio signore ed abenché sia notorio ch’il nominato Prencipe non è provvisto d’un gran credito in questa corte, mi pare che la necessità costringa il Sig. Ambasciatore a valersene, non vedendo ch’abbia altri ministri confidenti per consultare e far trattare gli affari del suo Ministero” (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, fasc. 3, lettere da Madrid di Cordero a Carron di San Tommaso, lettera di Morozzo da Madrid, 23 luglio 1714).
I ministri spagnoli erano descritti come troppo lenti nel risolvere le vertenze, divisi fra loro nell’usare intermediari inappropriati e impegnati, piuttosto, nel diffondere voci poco veritiere sull’azione del nuovo re di Sicilia verso il clero siciliano. Fra costoro era anche Luigi Reggio e Branciforte, principe di Campofiorito (1677-1757), autore di alcune relazioni sulla situazione e sugli impieghi in Sicilia trasmesse al nuovo re Vittorio Amedeo II (BARBAGALLO, 1974).
Difficile da risolvere, in tal senso, la questione del donativo straordinario da esigere dal contado di Modica. Quel territorio era stato, infatti, sequestrato da Filippo V all’ultimo ammiraglio di Castiglia, Juan Tomás Enríquez de Cabrera, VII duca di Medina de Rioseco e conte di Melgar (Genova 1646-Estremoz 1705), dal momento che si era schierato a favore dell’arciduca Carlo durante la guerra di successione. Ultimo erede della carica di ammiraglio di Castiglia e del titolo di duca di Medina de Rioseco, Enríquez de Cabrera era stato governatore e capitano generale dello Stato di Milano dal 1678 al 1686, nel 1688 viceré di Catalogna, infine ambasciatore a Roma e in Francia. Membro di una famiglia dell’alta aristocrazia presente alla corte degli Austrias, aveva intrapreso il mestiere delle armi facendo parte della guardia reale di Carlo II d’Asburgo, arrivando al rango di mastro di campo e generale, insignito del cavalierato dell’Ordine di Calatrava. Schieratosi nel 1702 con l'arciduca Carlo d’Asburgo, era stato esiliato dalla Spagna e si era quindi recato alla corte di Vienna, poi in Portogallo, dove morì.
Modica e altri terreni confiscati da Filippo V, per un’estensione che è stata calcolata intorno a un decimo dell’isola, costituivano una delle spine al fianco del governo sabaudo, una sorta di piccolo Stato controllato da Madrid all’interno del Regno di Sicilia (STORRS, 2016: 185-186). Nel febbraio 1715 Cordero riferiva di essersi recato presso “la Camera del dispaccio”, accolto dal cardinal Del Giudice, per portare le richieste rivolte al re di Spagna dall’ambasciatore Morozzo circa i diritti da esigere in Sicilia, e commentava seccamente: “parmi ch’il signor cardinale non sia per impegnarsi in quest’affare col calore che si richiede” (Lettere ministri, Spagna, mz 56, fasc. 3, lettera di Cordero a Carron, 25 febbraio 1715).
Fin dal dicembre 1714 era stato nominato ambasciatore presso il re di Sicilia Juan Antonio Albizu marchese di Villamayor (OZANAM, 1998: 149-150; OCHOA BRUN, 2002: 95-99), che avrebbe dovuto intervenire sulle “pendenze colla corte di Roma per il Regno e Monarchia di Sicilia” (Lettere ministri, Spagna, mz 56, fasc. 3, lettera di Cordero a Carron, Madrid, 17 dicembre 1714). Vittorio Amedeo II aveva chiesto al re di Spagna di “contrapporsi unito alle intenzioni che dimostra avere la corte di Roma contro li diritti appartenenti alla Sua Maestà Siciliana come Re di Sicilia”; prima di fiancheggiare il Savoia, il re di Spagna intendeva, tuttavia, risolvere la questione dei cerimoniali che toccavano le rappresentanze diplomatiche a Madrid (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, lettera di Cordero a Carron, Madrid, 28 gennaio 1715). Un’evidente e utile scelta di temporeggiamento.
Nel maggio 1715 Cordero comunicava che l’ambasciatore era stato ricevuto dai Grandi di Spagna ad Aranjuez con “accoglienze maggiori di quelle solevano compartirgli in Madrid”. E ad Aranjuez Morozzo continuò a trattare perché gli accordi di pace potessero garantire la tranquillità agli Stati italiani. In gennaio il cardinal Alberoni lo aveva ricevuto “in privata udienza” e gli era sembrato subito molto “ambidestro”:
“Non mi posso fidare; vero è che continua nel possesso d’entrar e uscire dalla camera della Regina con più franchezza e libertà di quello pratica la Cameriera, ma tale famigliarità è facile non sia per durare, essend’odiato da questo ministero, che si vale del di lui mezzo per far gustare certe massime alla Regina, e quando ne sarà imbevuta si troveranno spedienti per iscacciarlo, acciò non abbia parte nell’esecuzione” (Lettere ministri, Spagna, mz. 57, lettera di Morozzo alla corte torinese, 7 gennaio 1715).
La principessa Orsini era stata ormai allontanata da Madrid, dove la Farnese spadroneggiava. E Morozzo, finalmente vicino al cuore della corte madrilena, aveva raccolto molte voci malevole contro la sovrana (“questo popolo esalta la Regina con dire che porta li calzoni e fa marchiare la Cameriera sopra li ghiaccioni”, scriveva alla corte torinese) cercando di stringere l’alleanza con Francesco Maria Grimaldi, inviato da Genova, per arginare “li continui attentati della Corte di Roma”, che pareva risoluta ad applicare un interdetto generale nel Regno di Sicilia. Restava “più che mai necessario il premunirsi contra simili estremi”, sosteneva Morozzo, chiedendo che il re di Spagna si prestasse a “contener essa Corte di buon concerto col Re mio sovrano” (Lettere ministri, Spagna, mz. 57, lettera di Morozzo alla corte torinese, gennaio 1715).
Non restò, però, molto spazio di manovra a questo ambasciatore. Nel settembre del 1715 egli riferiva che a Madrid la notizia della morte di Luigi XIV aveva provocato “gran spargimenti di lagrime”. E in novembre che la Spagna, ancora priva di mezzi e di truppe sufficienti per riprendere il conflitto, avrebbe mantenuto la pace, ottemperando ai dettati di Utrecht, solo a patto che l’imperatore facesse altrettanto, per non turbare il “riposo de’ Principi d’Italia, niuno escluso”.
L’equilibrio stabilito dai trattati del 1713-1714, attraverso il principio della neutralità degli Stati italiani, stava sempre più scricchiolando. E mentre a Madrid e a Torino si preparava un cambio di rappresentante, il segretario Cordero riferiva di questioni commerciali: diritti ed esenzioni a favore di britannici e olandesi sanciti a Utrecht; raccoglieva inoltre informazioni su esperti che potessero sostenere la politica di Vittorio Amedeo II in Sicilia contro le pretese della corte papale: le Università di Salamanca, Valladolid e Alcalà contavano, però, giuristi troppo fedeli all’Inquisizione spagnola per poter servire alla causa sabauda (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, lettera di Cordero, 24 marzo 1716).
Il 6 dicembre Filippo V aveva acconsentito a ricevere Morozzo per congedarlo dall’incarico di ambasciatore, ma piuttosto freddamente. Solo il maggiordomo della regina, il marchese della Rosa, fra tutta la nobiltà presente a corte a Madrid, si rivolse adeguatamente a Morozzo; né l’ambasciatore fu omaggiato, come di consueto, con il “solito regalo, il di cui valore, secondo lo stile, dev’essere di doppie mille” (Lettere ministri, Spagna, mz. 56, lettere di Cordero del 7 e 14 dicembre 1716).
Il successore di Morozzo fu l’abate Doria del Maro (Stumpo, 1992). Nato a Torino nel 1678 dal marchese Giovanni Gerolamo, gran maestro alla corte del duca di Savoia, e da Claudia Margherita Scaglia di Verrua, dama d'onore della duchessa, Carlo Alessandro Doria apparteneva a un ramo della grande famiglia genovese, che, in seguito alla vendita di Oneglia ai Savoia (1576), si era trasferito in Piemonte ottenendo importanti feudi in cambio del servizio in missioni diplomatiche. Abate di Santa Maria di Vezzolano, senza tuttavia aver mai preso gli ordini, durante la guerra di successione spagnola era stato già inviato presso la Repubblica di Genova, per vigilare sulla posizione di Oneglia, esposta a eventuali attacchi della flotta francese, per informarsi sulle contribuzioni finanziarie richieste dall'Impero alla Repubblica, sulle quali il duca di Savoia contava per ottenere a sua volta i regolari sussidi militari da Vienna, e infine per seguire i movimenti delle truppe francesi in Provenza e in Linguadoca. Aveva trascorso successivamente due anni come ministro residente a Roma per cercare di attutire, in presenza della corte papale, gli effetti della politica energicamente giurisdizionalista di Vittorio Amedeo II. Nel 1713 l’incoronazione a re del duca di Savoia a Palermo aveva scatenato le rivendicazioni della Santa Sede sul Regnum Siciliae, così come sarebbe accaduto, pochi anni dopo, sul Regnum Sardiniae. In tutte queste situazioni, Doria aveva seguito le istruzioni del sovrano, ispirate a fermezza e a difesa intransigente delle prerogative sabaude, ma anche a prudenza nell'avventurarsi sul terreno teologico. Richiamato a Torino, tornò nuovamente in missione nel 1717, appunto a Madrid, con l’incarico di riferire sui preparativi politici e militari che il desiderio di rivincita nutrito dalla regina e da Giulio Alberoni stava mettendo in atto.
Giunto in Spagna nel gennaio 1717, fu accolto inizialmente nel palazzo abitato da Morozzo, e poi da questi accompagnato presso l’introduttore degli ambasciatori.
Doria era entrato in città “colla carrozza del Re, nel modo e forma che si pratica cogli Ambasciatori Reggi”. Cordero lo aveva raggiunto ad Alcala, città a sei leghe dalla capitale, per porgergli gli omaggi e il biglietto con la formula da presentare al conduttore degli ambasciatori. Nella notte l’inviato aveva poi pernottato “in una casa di campagna di Don Onorato Leotardi”, situata nelle vicinanze della corte, in attesa di essere ricevuto dal conduttore. Morozzo aveva chiesto intanto di poter partire da Madrid su una carrozza pure reale, privilegio che gli fu concesso “per il canale del marchese Grimaldi”. (Lettere ministri, Spagna, mz. 58, fasc. 1, lettera di Doria da Madrid, 25 gennaio 1717. Cfr. anche ivi, mz. 59, lettera da Madrid del segretario Cordero, 25 gennaio 1717).
Il cardinal Del Giudice, sul punto di rientrare in Italia dopo essere caduto in disgrazia a corte, aveva fatto in tempo ad accogliere “con atto di civiltà” il nuovo inviato sabaudo. Prima di presentarsi ai consiglieri di Stato del re di Spagna e ai ministri stranieri, Doria rimase però ritirato, valutando di poter usare Fieschi di Masserano come canale per entrare in contatto con Filippo V. Il 22 febbraio l’abate descriveva a Vittorio Amedeo II il clima ancora freddo e distaccato della corte madrilena nei suoi confronti, quando ormai era chiaro che Filippo V aveva rinunciato alla corona di Francia, rivelando che la sua mira sarebbe stata “unicamente diretta a ristabilire il dominio in qualche parte dell’Italia” (Lettere ministri, Spagna, mz. 58, fasc. 1).
L’azione di Doria del Maro rappresentò un estremo tentativo da parte sabauda di usare la diplomazia per levigare le asperità con Madrid, sempre più evidenti. L’abate impegnò tutta la sua già matura esperienza, ma fallì di fronte alla scaltrezza di Alberoni, provocandone la diffidenza, probabilmente a seguito dell'intercettazione di alcuni dispacci riservati rivolti alla corte di Torino. Non era forse casuale che, da quell’anno, il carteggio diplomatico con Torino si presentasse inframmezzato da fogli cifrati (per esempio, Lettere ministri, Spagna, mz. 59, fasc. 1, con lettere di Cordero, 1717-1718).
Rientrando a Torino, Doria consegnò un'interessante Relazione della Corte di Spagna, attenta nel descrivere la politica del riarmo dell’esercito e della flotta spagnoli, apparentemente ricostituiti per fornire aiuto all’Impero nella lotta contro la Sublime Porta, ma di fatto utilizzati per la riconquista della Sardegna, scacciandovi le truppe austriache e provocando così la permuta del Regno di Sicilia (CARUTTI, 1860: 1-105). A Torino Doria avrebbe lavorato per qualche tempo alla Segreteria per gli Affari esteri, fino a essere nominato nel 1723 viceré di Sardegna. Nel complesso, però, un’altra volta, la sua azione, condotta all’insegna della prudente cautela, non fu ritenuta abbastanza efficace, portando il governo sabaudo ad attribuire al ruolo dei viceré successivi quel carattere militare che sarebbe stato mantenuto per più di un secolo.
Vittorio Amedeo II era stato, così, spinto a sostituire Doria con un magistrato, il conte Giulio Cesare Lascaris di Castellar, al quale, appena partito per Madrid, il sovrano raccomandò di usare ancora grande accortezza con Alberoni (Negoziazioni con la corte di Spagna, mz. 7, fasc. 1 e 2). Ma per poco tempo. La corrispondenza di Lascaris non superò l’anno 1718 e l’attività diplomatica fra Madrid e Torino si interruppe presto, per un decennio. Già senatore e reggente nel Senato di Nizza e ambasciatore in Francia, dopo l’incarico spagnolo Lascaris fu ancora presidente del Senato di Monferrato, con sede a Casale, fino alla soppressione, quando diventò segretario di Stato (1730) (CARUTTI, 1860: 4; DIONISOTTI, 1881: vol. II, p. 448).
Riflessioni conclusive
Le lettere cifrate e i riferimenti impliciti a figure impiegate per esercitare informalmente il ruolo d’informatori, che si concentrano nei faldoni datati 1718 della corrispondenza fra Madrid e Torino, spiegano come ci si fosse trovati in un vicolo cieco. Quel “cameriere Giuseppe Taverna” che era venuto a sapere a Madrid dei contatti fra alcuni corrieri dell’inviato britannico e Parigi, dandone subito notizia a Lascaris di Castellar, che a sua volta ne aveva informato la corte torinese, rappresentava, per esempio, uno dei vari segnali d’allarme (Lettere ministri, Spagna, mz. 59, fasc. 2). La nomina alla diocesi di Patti dell’abate Giacomo Ruffo (CALABRESE, 2018), che Morozzo aveva trasmesso alla corte madrilena attraverso il marchese Grimaldi, era stata contestata da Filippo V, il quale, essendo rimasta vacante quella sede già nel luglio 1713, pretendeva di poter nominare ancora personalmente tale vescovo (Lettere ministri, Spagna, mz. 59, fasc. 1). Né le questioni sui diritti a Modica vedevano chiarirsi la posizione del re di Sicilia (Lettere ministri, Spagna, mz. 59 , fasc 3.). Erano tutte spie di una rottura imminente.
Nell’agosto 1717, approfittando dell’impegno asburgico sul fronte orientale a fianco di Venezia nella terza guerra austro-turca, senza curarsi dell’opposizione della Gran Bretagna, della Francia e dei Paesi Bassi, Filippo V aveva, infatti, inviato contro la Sardegna, divenuta da pochi anni austriaca, un corpo armato di diverse migliaia di uomini. Per tutta risposta, Carlo VI, conclusa la pace con i turchi nel luglio 1718, non aveva esitato a unirsi all’alleanza anti-spagnola. In agosto si formalizzava dunque la Quadruplice alleanza, per garantire quel bilanciamento delle forze fra le potenze europee che non era stato raggiunto completamente dai trattati di Utrecht e di Rastadt (TALLONE, 1933: 183-248).
Fra il 1717 e il 1718 guerra e diplomazia si erano, così, intrecciate, generando anche in uno Stato di media grandezza e importanza come il neonato Regno di Sicilia un’intensa attività di raccolta, analisi e protezione d’informazioni politiche, attraverso non solo un risveglio dei contatti fra i rappresentanti degli “antichi Stati italiani”, ma anche un rinnovato rapporto con i poli del potere in Europa. Risulta, in tal senso, ampiamente superata la vecchia lettura in chiave nazionale o proto-nazionale della “ripresa dell’Italia” nella prima metà del secolo o, viceversa, la riduttiva interpretazione delle attività dei “governanti italiani” alla stregua di semplici “intrighi (quasi sempre insignificanti)” (WOOLF, 1973: 7).
Gli Stati italiani uscivano ancora largamente impotenti dalle trattative strette fra Vienna, Parigi, Madrid e Londra, ma avvertivano il bisogno di superare le inefficienze della macchina amministrativa. Se ne rendeva conto lo stesso governo degli Asburgo, che aveva scelto di puntare a una politica di presenza attiva in Italia dietro la spinta dei catalani che avevano sostenuto Carlo VI trasferendosi esuli a Vienna, ma soprattutto delegando al principe Eugenio di Savoia la conduzione delle principali campagne militari e la gestione di importanti trasformazioni istituzionali della monarchia. Chi, negli spazi italiani, riuscì a mantenere un ruolo dinamico come il governo sabaudo trovò negli anni dei conflitti armati del primo Settecento, come ho avuto modo di scrivere altrove, un “vivaio di riforme” (BIANCHI, 2002: 30-77), per avviare le quali (a partire, proprio e non a caso, da quella delle Segreterie di Stato inaugurate nel 1717) la rete diplomatica diede un contributo importante.
Con il pretesto dell'ostilità dei ceti dirigenti siciliani ai Savoia, il 3 luglio 1718 un esercito spagnolo sbarcava in Sicilia, conquistando prima Palermo e poi occupando quasi tutta l’isola. Era l’inizio di due anni di guerra, in cui le acque del Mediterraneo videro lo scontro fra la squadra navale britannica dell’ammiraglio George Byng e una flotta spagnola, destinata a essere sconfitta a Capo Passero. Da Napoli, nell’autunno del 1718, un piccolo esercito austriaco si diresse poi in Sicilia, dopo che gli alleati ne avevano garantito il possesso all’imperatore. Non mancarono, peraltro, battute d’arresto e di ripresa della Spagna, che aveva usato non pochi italiani per rimpinguare le proprie truppe (STORRS, 2016: 17-91).
Nel 1719 Francia e Paesi Bassi entrarono in guerra, che nel frattempo si era estesa ai domini d’oltreoceano. In quell’anno l’Austria riuscì a conquistare la Sicilia. Furono tuttavia gli interventi britannici, com’è noto, a sciogliere i nodi del conflitto, costringendo Vittorio Amedeo II a scambiare la Sicilia con la Sardegna (GIRGENTI, 1994: 677-704). Si fece strada, in questo modo, la convinzione che l’Italia potesse raggiungere una condizione di equilibrio, tale da consentire una durevole neutralità. Un’illusione sfumata nel volgere di pochi anni, allo scoppio di due guerre ravvicinate, legate alla successione al trono polacco e austriaco. Un bilanciamento di poteri era stato realizzato, comunque, nella Penisola fra tre Stati: Milano, ormai austriaca, il Regno di Sardegna, territorialmente quasi raddoppiato, e il Regno di Napoli e di Sicilia, dal 1713 passato all’Austria e poi, dal 1734, ai Borbone di Spagna. In questo ancora evidente balance of power i domini sabaudi erano riusciti a resistere a logoranti esperienze di guerra, che, in particolare nei primi due decenni del secolo, produssero un intenso periodo di riforme. Riforme eminentemente pratiche, con obiettivi mirati, e tutt’altro che uniformi nella pluralità di nuclei territoriali raccolti sotto il governo dei Savoia (BIANCHI e MERLOTTI, 2017a: 63-130).
Riforme di un periodo di transizione, rese necessarie dalle tensioni e dalle difficoltà che tutti gli Stati italiani, premuti dalle necessità della guerra, avevano sperimentato all’inizio del secolo. Non tutti, però, riuscirono a giovarsene. Il Regno di Sardegna, uscito, sotto Vittorio Amedeo II, nel complesso rafforzato dal contrasto con la Spagna, era destinato a cavalcare ancora la forte volontà di rivincita dei Borbone durante il regno di Carlo Emanuele III, attraverso un doppio rovesciamento di alleanze: alleanza con la Francia e la Spagna durante la guerra di successione polacca, e nuovamente sul fronte anti-spagnolo nella guerra di successione austriaca.
Guerra e diplomazia, insieme, costituirono scelte inevitabili per uno Stato che, alle porte d’Italia, rischiava di essere schiacciato fra i contendenti e penalizzato per aver contrastato più di una volta i disegni di conquista della Francia o della Spagna. Guerra, diplomazia e nuove collocazioni alla corte di Filippo V rappresentarono però anche occasioni per sviluppare fedeltà multiple, usando Madrid come avamposto per muoversi in un più vasto panorama europeo. Il caso dei Fieschi di Masserano fu solo uno fra i diversi esempi di questo tipo prodotti dalla nuova era dei Borbone di Spagna, con effetti sulle vicende di alcuni ceti dirigenti italiani capaci di aprirsi (ancora una volta) all’Europa.
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