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Magallánica : revista de historia moderna - Año de inicio: 2014 - Periodicidad: 2 por año
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MAGALLÁNICA, Revista de Historia Moderna: 12 / 23 (Dossier)

Julio - Diciembre de 2025, ISSN 2422-779X

 

PRIMA E DOPO UTRECHT. LA REPUBBLICA DI VENEZIA E LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA (1701-1713)

 

 

 

Paolo Maria Amighetti

Università degli Studi di Bergamo, Italia

 

 

 

 

Recibido:        22/08/2025

Aceptado:       15/09/2025

 

 

 

 

Abstract (italiano)

 

Allo scoppio della Guerra di successione spagnola, la Repubblica di Venezia optò per la neutralità. Tale scelta costituiva forse l’unica possibilità di tenere Venezia fuori dal conflitto, ma non impedì agli eserciti belligeranti di violare apertamente la neutralità della Repubblica, giungendo a darsi battaglia in territorio veneziano. La politica di neutralità ebbe profonde conseguenze indirette, indebolendo la posizione diplomatica di Venezia nelle trattative di pace di Utrecht. In un mondo sempre più dominato dalle grandi potenze continentali e marittime, Venezia cercò di trovare una propria collocazione, adattandosi ai mutati equilibri di forza. In particolare, attuò una cauta politica di riavvicinamento a Vienna, che causò il deterioramento delle sue relazioni con Madrid.

 

Parole chiave: Repubblica di Venezia; Guerra di successione spagnola; Pubblica storiografia veneziana; Neutralità; Terraferma veneziana; Brescia.

 

 

ANTES Y DESPUÉS LA PAZ DE UTRECHT. LA REPÚBLICA DE VENECIA Y LA GUERRA DE SUCESIÓN ESPAÑOLA (1701-1713)

 

Resumen

 

Al comienzo de la Guerra de sucesión española, la República de Venecia optó por la neutralidad. Esta opción fue quizás la única forma de mantener a Venecia al margen del conflicto, pero no impidió que los ejércitos beligerantes violaran abiertamente la neutralidad de la República, llegando incluso a librar batallas en suelo veneciano. Esta política de neutralidad tuvo profundas consecuencias indirectas, debilitando la posición diplomática de Venecia en las negociaciones de paz de Utrecht. En un mundo cada vez más dominado por las grandes potencias continentales y marítimas, Venecia buscó encontrar su lugar, adaptándose al cambiante equilibrio de poder. En particular, implementó una cautelosa política de aproximación a Viena, que provocó la deterioración de sus relaciones con Madrid.

 

Palabras clave: República de Venecia; Guerra de sucesión española; historiografía pública veneciana; Neutralidad; Terraferma veneciana; Brescia.

 

 

BEFORE AND AFTER UTRECHT. THE REPUBLIC OF VENICE AND THE WAR OF THE SPANISH SUCCESSION (1701-1713)

 

Abstract (English)

 

As the War of Spanish Succession broke out, the Republic of Venice decided to remain neutral. This was perhaps the only way to keep Venice out of the conflict, but this strategy showed its limits as the belligerent armies began to openly violate Venetian neutrality, even fighting each other into Venetian territory. Furthermore, the neutrality policy had deep indirect consequences, weakening Venice’s diplomatic position at the following peace negotiations of Utrecht (1713). In a world ruled by the great European continental and maritime powers, Venice strived to find its place in the diplomatic theatre, trying to adapt to new balance of power; a change in its attitude towards many actors (in particular Austrian Habsburgs and Bourbon Spain) was needed. As a consequence, the Republic tried a cautious reapproaching to Vienna, and saw the worsening of its relationship with Madrid.

 

Keywords: Republic of Venice; War of the Spanish Succession; Venetian Public Historiography; Neutrality; Venetian Mainland; Brescia.

 

 

 

Paolo Maria Amighetti. Docente a contratto presso l’Università degli Studi di Bergamo (Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione). Nel 2023 ha discusso presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore una tesi di dottorato dal titolo Fedeltà itineranti. Reti politiche della nobiltà bresciana tra Venezia, Mantova, la Spagna e l’Impero (secc. XVI-XVII). Si occupa di storia politica delle élites nella Terraferma veneziana e nell’area padana tra Cinque e Seicento e delle vicende editoriali delle opere di Paolo Sarpi.

Correo electrónico: paolomaria.amighetti@guest.unibg.it

ID ORCID: 0009-0007-7118-3990

 

 

 

PRIMA E DOPO UTRECHT. LA REPUBBLICA DI VENEZIA E LA GUERRA DI SUCCESSIONE SPAGNOLA (1701-1713)

 

 

 

 

 

Nel ricco panorama degli studi sulla “transizione” tra Sei e Settecento (ÁLVAREZ-OSSORIO ALVARIÑO, CREMONINI, RIVA, 2016), che colgono nella guerra di successione spagnola un turning point decisivo per la comprensione dei più profondi mutamenti politici che segnano il passaggio di secolo, la Repubblica di Venezia sembra rimasta sullo sfondo. I motivi paiono, a tutta prima, comprensibili: estranea al complesso di domini degli Austrias, fautrice di una neutralità non priva di insidie e limiti nella delicata congiuntura della guerra di successione, la città lagunare è sembrata in quel frangente più spettatrice che attrice. Confinata nella sua deliberata autoesclusione dagli eventi militari sul continente e casomai assorbita, nel primo ventennio del secolo, dalle necessità di amministrare, presidiare e difendere il recente acquisto della Morea[1] nel Levante, Venezia sembra rispettare scansioni cronologiche sue proprie,[2] collocandosi ai margini di una congiuntura che per altre aree d’Europa e d’Italia determina invece un momento di passaggio rilevante (CREMONINI, 2013 e 2014).[3] A mitigare tale impressione bastano comunque gli orientamenti della storiografia specificamente dedicata a Venezia (PERINI, 1996), che sottolineano quanto -al netto della sua apparente posizione super partes nella disputa per la successione- la Repubblica sia stata toccata dalla guerra[4], come il conflitto abbia costretto il patriziato a rimodulare la propria posizione in ambito internazionale e come in ultimo il ceto dirigente veneziano abbia tentato di rendersi partecipe, direttamente o indirettamente, delle negoziazioni di pace svoltesi a Utrecht (POUMARÈDE, 2014; FRIGO, 2018). Una ricostruzione sistematica delle modalità con cui Venezia tentò di agire sulla scena europea negli anni della guerra di successione -così come un’analisi completa dell’ingente mole documentaria conservata nell’Archivio di Stato di Venezia- esulano dagli intenti di questo scritto. Il contributo mira piuttosto a isolare alcuni momenti particolarmente significativi, utili a intravedere, come in filigrana, l’atteggiamento veneziano di fronte alla guerra di successione, alla pace di Utrecht e alla nuova fisionomia politica assunta dall’Europa: alla luce, è bene precisarlo, di una prospettiva più che peculiare, quella di una Repubblica del tutto consapevole dei suoi limiti sulla scena internazionale, e in certa misura combattuta tra la necessità della neutralità e il timore che ciò equivalesse a un declassamento, a uno scivolamento nell’irrilevanza - con buona pace, come si vedrà, delle formule apologetiche della sua storiografia pubblica.

Decisa a evitare gli evidenti svantaggi derivanti da un impegno diretto nella lotta, Venezia appare al contempo desiderosa di accreditarsi, al momento delle negoziazioni, quale interlocutrice delle potenze che la guerra l’avevano invece decisa e combattuta, e che cercavano, al tavolo della pace, di guadagnarsene i dividendi politici, diplomatici, economici. Le modalità della presenza veneziana al congresso di Utrecht furono in realtà segnate sin dall’inizio dalla fondamentale scelta neutralista compiuta dalla Repubblica alla vigilia del conflitto: è stato notato come proprio tale posizione rendesse particolarmente ardua la missione dell’esperto diplomatico Carlo Ruzzini (1653-1735) al cospetto delle rappresentanze delle potenze europee (FRIGO, 2018). Sembra quindi opportuno prendere le mosse proprio dal momento in cui la Repubblica, posta suo malgrado di fronte alla necessità di determinare una propria linea di condotta nella congiuntura del conflitto di successione, decise per la neutralità, intesa, in un frangente politico-militare potenzialmente esplosivo, quale exit strategy di fatto obbligata.

 

Venezia alla vigilia del conflitto

 

La situazione veneziana alla vigilia delle ostilità appariva per molti versi scomoda. Indipendentemente dal suo esito, una grande guerra tra le case d’Austria e di Borbone prometteva di rimettere in discussione equilibri peninsulari che la Repubblica non desiderava vedere alterati. Due possibili epicentri dello scontro, il Milanesado e -per ragioni diverse dalla contesa per la successione- il ducato di Mantova, si situavano ai confini occidentali e meridionali del Dominio; eventuali mutazioni di governo in uno o, come sarebbe effettivamente accaduto, in entrambi i potentati avrebbero indirettamente colpito Venezia nella sua sicurezza. L’atteggiamento imprudente del duca di Mantova Ferdinando Carlo Gonzaga-Nevers (1652-1708), che l’avrebbe portato a farsi sostenitore della causa borbonica -scelta a causa della quale, com’è noto, sarebbe stato privato dei suoi stati- dava motivi di inquietudine anche a Venezia, che col ducato gonzaghesco intratteneva rapporti di amicizia, cercando anche di esercitarvi una specie di paternalistica tutela. L’intera area padana, con i suoi piccoli e medi principi che tuttora si rivolgevano al Reichshofrat per risolvere i loro contenziosi, era in realtà suscettibile di semplificazioni che avrebbero ingigantito il nuovo ma già tangibile influsso degli Asburgo d’Austria sulla penisola. Questo si era fatto sentire sin dai tempi della guerra della Lega di Augusta (1688-1697) sotto forma di pressanti ed esorbitanti richieste di contribuzioni, cui i potentati italiani avevano risposto compatibilmente con le loro possibilità e interessi. Col nuovo secolo, il ritorno dell’Impero in Italia (VERGA, 2016) implicava una generale ridefinizione di cui -in Laguna si avevano pochi dubbi a proposito- Venezia non avrebbe con ogni probabilità beneficiato; la devoluzione del Mantovano seguita alla condanna per fellonia di Ferdinando Carlo (1708) avrebbe difatti eliminato un partner strategico della Repubblica, alimentando i timori di accerchiamento e il senso di ridimensionamento del patriziato lagunare. Vano, dinanzi al preponderante interesse asburgico, sarebbe stato l’appoggio veneziano all’ipotesi di conferimento del ducato al ramo cadetto dei Gonzaga di Guastalla, che perlomeno avrebbe conservato a Mantova un principe italiano.

Né era ignoto al ceto dirigente veneziano che gli eserciti cesarei provenienti dalla Germania e diretti ad esempio a Milano avrebbero potuto richiedere il permesso di transito per la Terraferma, ponendo problemi politico-diplomatici non di poco conto. Ambigua appariva la stessa posizione del patriziato nei confronti dei due principali contendenti in lotta: l’adesione veneziana alla Sacra Lega, alleanza promossa nel 1684 da papa Innocenzo XI che includeva tra i principali contraenti l’imperatore Leopoldo, aveva ufficialmente sospeso la lunga tradizione di ostilità veneto-asburgica, che pure per larga parte del Seicento aveva condizionato la politica marciana;[5] per converso, l’atteggiamento bellicista del Re Sole aveva perlomeno raffreddato l’altrettanto abituale simpatia veneziana per la Francia. Anche l’ambasciatore veneziano alla corte di Luigi XIV Nicolò Erizzo,[6] in più punti della sua relazione assai morbido nei confronti del Cristianissimo, notava come agli occhi delle potenze europee “la Francia tendesse alla monarchia universale del mondo” (FIRPO, 1975: 74): un giudizio che l’ambasciatore veneziano non era il solo a formulare, e che nel corso dell’ultimo quarto del Seicento aveva preso sempre più piede nell’opinione degli osservatori europei (BOSBACH, 1998). In Laguna “un vivacissimo risentimento anti-francese, diffuso a tutti i livelli” (INFELISE, 2007: 68) datava sin dagli anni della guerra di Candia, contribuendo a una gallofobia che le iniziative propagandistiche dei filo-francesi (librai, informatori, spie, esponenti del patriziato) non riuscivano a dissipare. Reduci dall’onerosa impresa di Levante, apparentemente fortunata ma densa di complicazioni e insidie (ANDRETTA, 2000a), i veneziani non potevano ignorare che il successo era stato possibile anche grazie all’alleanza con l’Impero degli Asburgo, in un teatro strategico nel quale il Cristianissimo figurava invece come un partner della Sublime Porta. La spregiudicatezza del Re Sole non ispirava fiducia, tanto più che ora la Milano spagnola, assieme al resto della Monarquía, era entrata nell’orbita francese. Le mosse spagnole non apparivano meno ambigue.

Lunedì 28 marzo 1701, il governatore di Milano Carlo Enrico di Lorena principe di Vaudémont (1649-1723) (ÁLVAREZ-OSSORIO ALVARIÑO, 2007, CREMONINI, 2018) giunse a Brescia con un seguito di illustri personalità, tra cui il militare e diplomatico francese René de Froulay de Tessé (1648-1725) e il generale spagnolo don Ferdinando Torralba, governatore di Cremona. Il capitano veneziano di Brescia Bernardo Donà, accolti gli ospiti con ogni cortesia, pochi giorni dopo dava conto al Senato di una “lunga conferenza” che i convenuti avevano avuto con il “conte Casati”, inviato presso il duca di Mantova. Il capitano riferiva che

 

“per quanto si è potuto traspirare, ha versato la medesima [conversazione] sopra l’alloggio di 6500 francesi nel ducato di Mantova di concerto con quel signor duca, con qualche intentione, che possi pure venir introdotto pressidio nella città o col consenso del medesimo, o colla forza. Qual fondamento possino haver queste voci, non mi è noto; quali però si siano le rassegno alla cognitione suprema di Vostra Serenità”.[7]

                       

Il governatore di Milano ripartiva la mattina del martedì, il giorno dopo la conversazione con il conte Casati; don Ferdinando Torralba si tratteneva invece a Brescia. Interpellato sulla neutralità veneziana, si limitava a dire “che sarà necessario, che [la Repubblica] si dichiari”. “Di confidenza” il capitano era venuto a conoscenza di giudizi e notizie trapelate dalla corte del governatore, all’interno della quale non mancavano suoi informatori:

 

“che li alemani non siano in stato di calar in Italia per questa campagna; che si attendesse Cattinat [Nicolas de Catinat (1637-1712), generale francese] con altre militie; che saranno in numero considerabile divise in due corpi, uno sotto il commando del duca di Savoia [Vittorio Amedeo II], e dello stesso Cattinat, e l’altro del principe di Vaudémont, e signor di Tessé; che vi fosse rigorosa commissione del Re Christianissimo di non inferire molestia veruna allo stato veneto, se non in caso venissero provocati”.[8]

 

Anche su queste informazioni Donà manteneva una cautela d’obbligo, ma teneva a far sapere al Senato che in corte qualcuno credeva che Vaudémont si fosse messo in viaggio “per informarsi de’ siti, et osservare le città per distinguere le più deboli dalle più forti”.[9] In effetti, quando quindici giorni dopo passarono per Brescia il conte di Tessé e il maresciallo Catinat, quest’ultimo fu visto osservare la città dando un’occhiata al castello “col pretesto di fermarsi per suo natural bisogno”.[10] L’idea che a Milano ci si faceva della preparazione delle truppe cesaree era perlomeno imprecisa; già a inizio aprile un corrispondente scriveva da Vienna al conte bresciano Lucrezio Gambara[11] che “li generali, che devono commandare per costì nell’armata imperiale hanno ordine di partire per il 12 del corrente, havendo ordinato Sua Maestà Cesarea di voler, che sii insieme tutta l’armata sua nell’Italia per il 24 di questo”.[12] La situazione internazionale precipitava: l’Inghilterra e le Province Unite avevano reso noto che intendevano sostenere i diritti all’eredità spagnola dell’arciduca Carlo d’Asburgo. Se i francesi non avessero evacuato in breve tempo le fortezze di Fiandra per consentire agli anglo-olandesi di insediarvisi “sino a tanto che saranno decise le pretensioni di tutte le parti”, le potenze marittime avrebbero dichiarato guerra.[13]

Del resto, se l’exploit peloponnesiaco aveva generato illusioni sulla possibilità di un ritorno in grande stile sulla scena mediterranea, analoghe affermazioni sulla terraferma apparivano del tutto improbabili, se non altro a causa dell’esiguità delle forze terrestri a disposizione della Repubblica. Minore, quindi, doveva essere la tentazione di lanciarsi in un’avventura terrestre così densa di incognite. Tanto più che, come i suoi rappresentanti non avrebbero mancato di far notare agli emissari delle parti in lotta, alla vigilia della guerra di successione Venezia attendeva ancora la ratifica ottomana della pace di Carlowitz (1699), che aveva suggellato, malgrado un iter negoziale faticoso con esiti al ribasso, i recenti successi nel Levante. Fu in questa situazione, in cui l’impasse politico-diplomatica faceva il paio con le difficoltà finanziarie dovute ai recenti impegni militari, che il ceto dirigente della Repubblica dovette interrogarsi sull’atteggiamento da assumere di fronte a una crisi di maggior momento: un conflitto generale che avrebbe senz’altro avuto in Italia -e non soltanto nei domini peninsulari degli Austrias- uno dei suoi palcoscenici principali.

Non è inutile a questo proposito rifarsi alla ricostruzione di Pietro Garzoni, patrizio veneziano proveniente da una casa di non immense fortune, ma che, conseguito un cursus honorum significativo, ricoprì per una quarantina d’anni l’incarico di pubblico storiografo. Nel secondo volume della sua Istoria della Repubblica di Venezia (1716),[14] opera da considerarsi, per il suo crisma di ufficialità, espressione dell’ortodossia politica del patriziato, egli mirava a sintetizzare, da insider – specificando di averne “l’intero fondamento essendo intervenuto nelle sessioni” – le ragioni che indussero il Senato a optare per la neutralità. I pro e i contro erano stati da tempo sviscerati dai Savi di Collegio: primo obbligo del patriziato era “preservare illeso l’interiore del principato” (GARZONI, 1716: 87), sacrificando, se necessario, l’“esteriore”; l’ingresso degli eserciti contrapposti in Terraferma e forse il loro scontro erano eventualità da considerarsi con realismo e da accettare, dal momento che mancavano le forze necessarie a presidiare passi, città e fortezze, e che le truppe allora disponibili nel Dominio ammontavano a non più di undicimila; nell’impossibilità di impedire manu militari il passo a entrambi i contendenti era consigliabile concederlo agli uni e agli altri, tentando di limitare i danni e di pattuire con le autorità militari riparazioni e risarcimenti. Né sembrava ragionevole ai fautori della neutralità porre la Repubblica sotto la protezione dell’una o dell’altra potenza: se “in niun affare politico dee tanto affaticarsi la prudenza, quanto in stabilire una lega” (GARZONI, 1716: 91), c’era motivo di ritenere che chiunque risultasse vincitore si sarebbe poi rivalso sull’alleata. In ogni caso, un impegno del genere alla vigilia di una guerra comportava rischi troppo grandi, perché grande era l’incertezza sugli eventi a venire, e nella storia non mancavano casi di voltafaccia improvvisi ai danni di un più debole confederato. Un’ipotesi di intesa tra principati italiani era da scartarsi, data la geografia variabile della politica peninsulare, che vedeva il ducato di Savoia schierato allora con i Borbone, Genova tuttora legata alla Spagna da interessi politico-commerciali, il ducato di Modena filo-asburgico, il papa privo di forze e non più deciso, come nel recente passato, a cercare credibili intese con Venezia per la tutela dell’Italia. “Aggruppare insieme varietà sì molteplice d’interessi” (GARZONI, 1716: 92) appariva pertanto impresa impossibile: era quindi opportuno che la Repubblica si mantenesse “amica comune [dei due schieramenti], e lascia[sse] libero il passo”, contemporaneamente sforzandosi di tutelare i suoi sudditi e la pubblica dignità. Forte della sua neutralità “armata”, Venezia avrebbe imitato la salamandra, “che sta nel fuoco senza soggiacere a offese” (GARZONI, 1716: 92). D’altro canto, la tesi contraria era che se la Repubblica si fosse rifiutata di scendere in lizza, lo stato da terra sarebbe diventato -proprio per l’impossibilità di bloccare gli accessi alla Terraferma agli uni e agli altri- “lo steccato delle battaglie” (GARZONI, 1716: 94); tanto valeva quindi prendere partito, come il Senato aveva fatto in passato “seguendo ora un vento, ora un altro, che spirava propizio, ora unendosi con Casa d’Austria, ora con la Valesia [Valois]” (GARZONI, 1716: 94). Solo così la Repubblica avrebbe difeso, in una con i suoi interessi, la reputazione di cui aveva goduto in passato. Nell’interpretare le posizioni degli uni e degli altri, la narrazione del pubblico storiografo attingeva indiscriminatamente al medesimo repertorio di massime e luoghi comuni in cui si era ormai cristallizzata l’originale formulazione del “mito” veneziano; una tradizione che, dal pieno Cinquecento, aveva sempre più insistito sull’intrinseco valore che la Repubblica attribuiva alla pace, e alla superiore saggezza istituzionale che avrebbe permesso di coniugare la quiete interna al ripudio degli immoderati appetiti di conquista. Lungi quindi dall’apparire come un’inconfessabile dimostrazione di passività, il “consiglio” della neutralità poteva rivelare una volta di più la superiore moderazione di una Repubblica che nella sua mediocritas territoriale e di potenza si manteneva stabile in un’Europa scossa dal frequente ricorso alle armi. Ma anche la -per la verità assai scarna- sintesi degli argomenti del partito contrario faceva appello in Garzoni al familiare topos di una Venezia tuttora in grado, come già in passato, di destreggiarsi nel labirinto della politica europea fidando sull’esperienza e avvedutezza del suo ceto dirigente. Garzoni, per certi versi ultimo esponente di rilievo della pubblica storiografia veneziana tradizionale, dava fondo a un repertorio che gli era caro e che conservava, almeno presso il patriziato, una residua validità apologetica; tuttavia i primi due decenni del Settecento, segnati dalle conseguenze della guerra di successione e soprattutto dalla perdita della Morea (1718), avrebbero inferto duri colpi all’impianto stesso di questa narrazione.

La proposta della neutralità, avanzata dai Savi, fu tuttavia approvata largamente dal Senato, decretando l’atteggiamento che Venezia avrebbe formalmente assunto per l’intera durata del conflitto. Significativamente, il Senato preferiva astenersi dal prendere posizione sullo stesso problema dell’eredità spagnola. La notizia della deliberazione fu comunicata a Vienna, Versailles e Madrid; gli uffici degli ambasciatori Luigi Pisani e Francesco Loredan furono accolti con favore da Luigi XIV e Leopoldo I. Le passate avances delle due parti, tese a conquistare alla loro causa l’appoggio veneziano, cadevano nel vuoto; in compenso ambedue i contendenti ebbero assicurazione che potevano contare sull’amicizia della Repubblica, che da parte sua avrebbe energicamente respinto d’ora in avanti ogni accusa di parzialità – benché, come si vedrà, più di un indizio suggerisse una sorta di tacito allineamento veneziano al nuovo stato di cose determinato in Italia dai successi asburgici. A ulteriore tutela del Dominio, si diede inoltre avvio all’allestimento di un più numeroso contingente che, stando a quanto riporta Garzoni, col tempo avrebbe raggiunto le 24.000 unità tra appiedati e truppe a cavallo.

 

“Lo steccato delle battaglie”: voci dal Bresciano

 

La scelta, del resto pressoché obbligata, di non opporsi a eventuali sconfinamenti degli eserciti in lotta ebbe presto conseguenze gravi. Nell’estate del 1701, l’armata del principe Eugenio di Savoia si fece strada a sud delle Alpi attraverso i passi montani situati tra il Veronese e il Vicentino; a Rivoli[15] si trovavano già le truppe francesi, in numero di 30.000 circa, al comando dei generali Catinat e Tessé, decise a ostacolare la manovra nemica prima che potesse raggiungere la pianura. Un primo scontro ebbe luogo il 9 luglio presso la località di Carpi d’Adige:[16] la scaramuccia, che si risolse con il successo dell’esercito cesareo, costrinse il contingente franco-spagnolo a ritirarsi a Villafranca, quindi a ripiegare ulteriormente oltre il Mincio. Fallito il tentativo franco-ispanico di interdire l’accesso in Italia agli imperiali, la situazione strategica mutava, esponendo direttamente il Milanesado alle mire del principe Eugenio. Presto egli avrebbe guadato il Mincio, proseguendo proprio attraverso il Bresciano la sua marcia verso la capitale lombarda e il Mantovano. I costi delle operazioni militari sarebbero gravati innanzitutto sulle comunità del Dominio, in particolare a causa delle difficoltà di rifornimento delle truppe cesaree e dell’indisciplina di comandanti e subordinati. La neutralità “armata” trasformava la Terraferma in un terreno di operazioni, senza peraltro riuscire se non in parte a mitigare i disagi che le soste, i movimenti, le scaramucce degli eserciti comportavano. Anche in questo caso, il punto di osservazione di Brescia appare ideale, se non altro per la duratura presenza nel territorio di ingenti eserciti contrapposti e per l’episodio, di modesta rilevanza nel quadro di un conflitto dalle proporzioni globali (ALBAREDA, 2010: 19), ma tutt’altro che secondario per chi vi assistette e partecipò, quale la battaglia di Chiari. Brescia, al centro di un contado fertile, popoloso ed economicamente sviluppato, costituiva uno dei pilastri dello stato da terra della Repubblica. Un patrizio veneziano che fosse eletto rettore di questa o di altre città tra le principali (Verona, Padova) poteva considerarsi titolare di un incarico assai rilevante per il suo cursus honorum; d’altra parte la gestione dei rapporti con le oligarchie locali, stratificate e attraversate, pur nella comune matrice cittadina, da tensioni interne, costituiva un compito arduo, che metteva a dura prova le capacità di mediazione anche di uomini politici esperti. Per quanto nella narrazione di Pietro Garzoni l’“esteriore” della Repubblica apparisse in qualche misura sacrificabile -posto che si fosse riusciti ad ottenere dalle potenze belligeranti i dovuti risarcimenti- restava il fatto che lasciare lo stato alla mercé di gallispani e imperiali esponeva l’autorità della Dominante al biasimo, diretto o velato, delle comunità costrette a patire le conseguenze del conflitto. Cause di forza maggiore, certamente, avevano indotto il Senato ad adottare tale strategia, affidandosi per la gestione delle emergenze quotidiane all’iniziativa del provveditore generale in Terraferma Alessandro Molin; ma l’incarico, sia pure svolto da Molin con zelo e sollecitudine (FRIGO, 2003) si dimostrò, date le circostanze, fin troppo superiore alle sue possibilità d’intervento. In un quadro di sostanziale rassegnazione, nel quale la prudenza suggeriva di moderare le risposte agli affronti subiti da una parte per evitare accuse di parzialità, i territori esposti alle manovre militari risultavano di fatto abbandonati alla licenza della soldatesca.

Nei mesi precedenti e successivi alla giornata di Chiari, le fertili pianure irrigue della Bassa bresciana furono quindi battute dalle truppe dei due schieramenti, che, al netto di alcuni episodi di cortesia e pacifica convivenza (GUERRINI, 1929: 481) ebbero buon gioco -soprattutto quella imperiale- nel metter mano alle scorte di viveri e non solo. In data 15 settembre, riferisce un diarista bresciano (GUERRINI, 1932: 60),

 

“si fa l’espositione in domo delle 40 ore, ove concorrono tutte le compagnie, oratorii, giusta l’uso della settimana santa per le callamità della presente guerra, essendo vicini al Bresciano li gallispani e li todeschi tra di loro nemici, e si teme di qualche grandissima invasione sul stato.”

 

In un simile frangente, la città era luogo assai più sicuro dell’aperta campagna; molti esponenti dell’aristocrazia locale preferirono difatti abbandonare le residenze nel contado per rifugiarsi nei palazzi cittadini. Il conte Lucrezio Gambara invece si trattenne nel feudo di Verola Alghise,[17] come testimonia una lettera della figlia Ludovica:

 

“È un pezzo che tanto io quanto il signor conte mio consorte [Pietro Emanuele Martinengo Colleoni] stiamo sospirando qui la sua presenza, ma quando tutti li altri si ritirano con le loro familie, e robbe in città, Vostra Eccellenza continua il suo soggiorno a Virola, onde si contenti di consolar un pocho anco i nostri ardentissimi desiderii col lasciarsi qui godere già che la corrente staggione, e l’inondatione di tante truppe insegnano universalmente a non restar esposti alla licenza militare, anzi il signor conte Pietro mio consorte essendo stato al campo ha ottenuto amplissime esibitioni di salvaguardie per li suoi beni, e di lui amici, onde caso Vostra Eccellenza non tenesse simili rincontri, e che commandasse, basta un cenno, per esser prontamente ubbidita. Vostra Eccellenza dunque è vivamente supplicata felicitar le nostre brame con la sua sospirata persona, o almeno con qualche notitia del suo stato che spero ottimo in salute, lo stesso godendo noi, e come se la passa con li tedeschi […]”.[18]

 

Se non era impossibile ai notabili locali ottenere dagli ufficiali degli eserciti in movimento garanzie per sé e i propri beni[19], diverse comunità furono investite dalle scorrerie di reparti indisciplinati. Bastava la loro presenza o il timore del loro arrivo a paralizzare le attività produttive, disperdendo e demoralizzando gli addetti al lavoro nelle tenute signorili. “Sono tanto grandi i rumori, che si sentono in questi contorni, che hanno disaplicato le genti dal loro lavorerio, tutti atenti solamente a scampare, e procurar di mettere in salvamento quel poco che ponno” si legge in una lettera conservata nell’Archivio Gambara: i tedeschi “oltre tutto il fieno che hanno rubato in questi contorni, rubbano anco tutto quello che ponno, che si ritrovano per le case, onde non si sente altro che pianti”.[20]

Dopo lo scacco subito a Carpi era subentrato al comando delle truppe gallispane il generale Villeroy (1644-1730), intimo del Re Sole ma privo di spiccate qualità militari. Il 1° settembre 1701 i francesi tentarono inutilmente di assaltare la munitissima posizione nemica nei pressi della terra di Chiari, a ovest di Brescia, in cui il principe Eugenio, malgrado l’iniziale resistenza dei locali, era entrato con le sue truppe. Secondo la ricostruzione che ne fa Voltaire ne Il secolo di Luigi XIV, l’idea di scagliare l’offensiva sarebbe stata tutta di Villeroy; il parere degli ufficiali era

 

“che un attacco contro quel posto fosse contrario a tutte le regole della guerra, per alcune decisive ragioni, e cioè che in sé esso non aveva alcuna importanza, che i trinceramenti erano inabbordabili, che occupandolo non ci si avvantaggiava di nulla, ma se si falliva, si sarebbe perduta la reputazione per tutta la campagna” (VOLTAIRE, 1994: 202).

 

L’esperto Catinat avrebbe chiesto tre volte conferma dell’ordine prima di lanciare all’assalto le truppe (VOLTAIRE, 1994: 202). L’attacco, proibitivo e rischioso, si esaurì dopo scontri sanguinosi che si susseguirono per alcune ore; al termine delle ostilità, Chiari era ancora in mano agli imperiali. Gli sconfitti tuttavia non si ritirarono nel Milanese, preferendo attestarsi al di qua dell’Oglio tra le località di Castelcovati e Urago, sempre in territorio bresciano (GUERRINI, 1929). La sconfitta di Chiari lasciava temporaneamente il Mantovano in balia degli imperiali e complicava la situazione strategica dei francesi, costretti a fronteggiare un esercito nemico stabilmente insediato nell’Italia settentrionale mentre con l’anno nuovo (1702) altri teatri di guerra, nelle Fiandre e nell’Impero, erano in procinto di aprirsi. Poco di tutto questo interessava, tuttavia, agli abitanti del Bresciano, che, pur non avendo chiara nozione delle prossime mosse degli eserciti di stanza nel loro territorio, stimavano ragionevole “di ripor in asilo sicuro le migliori sostanze, mentre il tuto danno ha sacco [sic] senza rispetto alcuno”.[21] Questo nella sostanziale impotenza delle autorità veneziane, se si vuol dare credito alle lettere dei testimoni, che danno della situazione una descrizione impietosa. Gli eserciti in lotta avrebbero investito la Terraferma in più occasioni, scontrandosi ancora nel 1706 nella località bresciana di Calcinato, dove la vittoria arrise ai gallispani comandati dal duca di Vendôme (1654-1712), e lungo l’Adige, oltrepassato il quale l’armata cesarea riprese il controllo della situazione. Il 1706, annus mirabilis dell’Alleanza, registrò il pieno successo delle forze imperiali nella valle padana e nell’Italia settentrionale, determinando il successo asburgico in questo scacchiere e ponendo le premesse per il consolidamento politico-dinastico degli Asburgo d’Austria nella penisola (ALBAREDA, 2010: 214-215).

Resterebbe da comprendere se e quanto il caos provocato dagli eventi bellici influisse sulla percezione dei sudditi di Venezia e quanto ne risultasse incrinata quell’immagine, edulcorata e venata di paternalismo, del “buongoverno” della Repubblica in Terraferma. Di certo l’analoga e più o meno sistematica violazione della sovranità marciana nel Golfo,[22] sul quale la Repubblica aveva sempre rivendicato e fatto valere una esclusiva giurisdizione, fu un sintomo grave della debolezza veneziana persino in questo delicato quadrante. In primo luogo, la presenza delle flotte francesi e inglesi nel Mediterraneo[23] denotava il definitivo mutamento degli equilibri di forza navali; a medio termine, a guerra conclusa, le ambizioni mediterranee e commerciali della nuova monarchia asburgica di Carlo VI[24] ponevano alla Repubblica ulteriori sfide.

Se la violazione della neutralità di Venezia, tangibile sia in terraferma che sul mare, costituiva una prova del graduale ridimensionamento della Repubblica e una perdita significativa di credibilità al cospetto delle potenze europee -risultando in questo senso un vulnus difficilmente sanabile- restava pur sempre aperta la questione delle riparazioni e dei risarcimenti che i belligeranti avrebbero dovuto corrisponderle; questo fu, a lato dei desiderata politici in senso lato che Venezia tentò con scarsa efficacia di far presenti, il negozio più pressante di cui si occuparono i rappresentanti della Repubblica a Utrecht.

 

Dal congresso di Utrecht al dopoguerra

 

L’apertura del congresso di Utrecht a inizio 1712 fece seguito a laboriosi colloqui preliminari, tenutisi all’Aja dal 1709. In quell’occasione la Repubblica aveva deliberato di inviare quale rappresentante plenipotenziario Sebastiano Foscarini (1649-1711). Il diplomatico si era dovuto confrontare con la freddezza e la diffidenza delle delegazioni delle potenze belligeranti, presso le quali era maturata l’impressione che la neutralità veneziana fosse stata, nella sua sterilità, strumentale quando non mendace. Tale dispetto sembrava bipartisan, accomunando inglesi e francesi, spagnoli e asburgici. Questi ultimi, che erano stati i principali beneficiari dell’atteggiamento veneziano, si schermarono dietro professioni di buona volontà verso la Repubblica, ma diffondendo al contempo presso gli interlocutori europei l’immagine di un’Italia suddivisa in potentati imbelli, incapaci di governare sé stessi, bisognosi della tutela di Sua Maestà Cesarea. Gli emissari del Re Sole, dal canto loro, non avevano gradito la refrattarietà veneziana ad aderire alle proposte, più volte avanzate sin dalla vigilia del conflitto, di una lega italiana in funzione anti-asburgica, che avrebbe avuto in Venezia e nel duca di Savoia i suoi capifila. A pregiudicare le possibilità di azione di Sebastiano Foscarini e del successore Carlo Ruzzini erano anche le riserve dei governi inglese e asburgico, che non desideravano che i rappresentanti delle potenze neutrali prendessero parte alle negoziazioni. Analoga era la posizione del diplomatico francese Jean-Baptiste Colbert, marchese di Torcy (1665-1746). Del resto, solo dopo e in parte grazie a Utrecht lo status dei neutrali trovò una sua fisionomia riconosciuta nell’ambito delle relazioni internazionali (FRIGO, 2018). Le pretese veneziane risultavano inevitabilmente alquanto deboli, dato il contegno di passività cui fino ad allora la Repubblica si era attenuta; l’argomentazione di Foscarini, che la neutralità veneziana aveva in realtà favorito l’alleanza antiborbonica più di quanto non avrebbe potuto fare un impegno diretto, non dissipò i dubbi dei convenuti (PERINI, 1996: 55). Sia all’Aja che a Utrecht, i plenipotenziari veneziani furono costretti a difendere il punto di vista della Repubblica dinanzi a interlocutori poco disposti a dar loro credito. Carlo Ruzzini, subentrato a Foscarini dopo la sua morte, era per molti versi il più indicato per svolgere l’incarico: diplomatico esperto e da molti anni impegnato in ambascerie e trattative di primo piano -l’ultima proprio a Carlowitz nel 1699- egli prometteva se non altro di ben figurare, forte della sua aderenza a un modello diplomatico che a Venezia aveva una lunga tradizione. Nei suoi abboccamenti con il gran pensionario d’Olanda all’Aja, Ruzzini pose subito innanzi il problema delle riparazioni, evidenziando i meriti della Repubblica e gli oneri sopportati dai suoi stati, ma traendone poco altro che parole di generica comprensione, unite al sinistro monito che non sempre nelle conferenze di pace le richieste di risarcimento dei principi creditori erano accolte.[25] A Utrecht il suo compito appariva ancora più difficile del previsto, poiché le esigenze del congresso avevano imposto modalità operative per certi versi sconcertanti, contrarie al consolidato formalismo delle consuetudini cinque e secentesche:

 

“è però vero, che come questo congresso si rende superiore agl’antepassati, nelle gravi consequenze del suo negotio, che deve decidere, si può dir, della libertà di tutta l’Europa, e della sicurezza di tutti i principi; così equalmente può dirsi, che sia del tutto diverso, e contrario ad ogn’altro nel contegno delle sue formalità. Se fu misterioso, secreto, e particolare il maneggio per concertarlo, fu anco arbitrario, risoluto, e quasi violente [sic] il modo per essequirlo. Un solo tra tanti aleati, cioè l’Inghilterra assunse l’arbitrio di decidere la massima, ascoltar, e ricever deboli, e imperfetti preliminari, destinar il luoco del congresso, fissar il giorno per aprirlo, il modo per introdurlo senza figura, et opera di mediatione, con titoli, e plenipotenze dimezzate, perché nel principio furono solo dirette ad ascoltare, e riferire; che tali sono state le maniere ben insolite, et irregolari nelle misure del negotio; esse non sono diverse nelle formalità del cerimoniale. Questo nelle passate occasioni fu sempre una gran pietra d’intoppo, che serviva di remora quasi ad ogni passo; ma nella presente, in gratia della bramata brevità, è egli, si può dire, intieramente distrutto”.[26]

 

Lo stupore di Ruzzini era spia di uno spaesamento di carattere tecnico prima che politico: la priorità strategica del governo inglese di addivenire a un rapido accomodamento a scapito delle tradizionali forme della diplomazia -sia pure definite dallo stesso Ruzzini “pietr[e] d’intoppo”- dettava il tono di un congresso sui generis, i fili del quale sembravano tirati innanzitutto dalla Londra tory, ormai orientata alla pace: l’armistizio anglo-francese sarebbe stato infatti dichiarato nell’agosto 1712 (ALBAREDA, 2010: 319). La pace di Utrecht costituì un primo passo, imperfetto anche ai fini della risoluzione del conflitto[27] verso una ridefinizione generale dello scacchiere europeo, in un contesto nel quale i desiderata veneziani, in certa misura appiattiti su quelli di casa d’Austria, passavano giocoforza in secondo piano. In una con le modifiche negli equilibri di forza, mutavano le priorità e le sensibilità diplomatiche di Venezia, costretta a fare i conti con un ingrandimento della potenza degli Asburgo di Vienna i cui domini (territori ereditari, Lombardia austriaca) ormai cingevano quasi del tutto lo stato da terra. Vecchie ossessioni come il timore della potenza spagnola, che così profondamente aveva condizionato il patriziato nel XVII secolo (ANDRETTA, 2000b), tendevano a passare in secondo piano, malgrado le relazioni diplomatiche veneto-spagnole, tradizionalmente tese, fossero peggiorate di pari passo con la presa d’atto veneziana dei successi asburgici in Italia. Alle vittorie militari, che costituivano il preludio di una riconfigurazione degli equilibri della penisola a vantaggio di Vienna, Venezia aveva infatti risposto con un tentativo di rapprochement con casa d’Austria, riconoscendo Carlo re di Spagna nel 1711. Al difficile confronto cinque-seicentesco tra Madrid e Venezia, venato di reciproci sospetti e inquinato da paranoie e incomprensioni, seguiva ora una rottura in piena regola, con l’espulsione del segretario veneziano a Madrid Antonio Peruzzo e il rifiuto di Filippo V di inviare un ambasciatore spagnolo in Laguna in sostituzione del suo precedente rappresentante (POUMARÈDE, 2021). I successivi tentativi veneziani, volti a richiedere l’ausilio della flotta ispanica nella lotta mediterranea contro la Sublime Porta, dimostravano la volontà politica di ricucire gli screzi con Madrid e di concentrarsi sul quadrante egeo e peloponnesiaco -uno sforzo in ogni caso destinato al fallimento, l’esito del quale sarebbe stata la definitiva rinuncia alla Morea (1718). Passati gli attriti dell’immediato dopoguerra, l’ambasciatore alla corte madrilena Nicolò Erizzo poteva affermare (1730) che a suo parere i regnanti dimostravano buona volontà nei riguardi di Venezia, ma che non ignoravano come “o sia per cambiamento di massime o sia per situazione de’ loro stati, che da ogni lato sono circondati da quelli dell’imperatore, o sia per riguardo de’ Turchi non possano allontanarsi [i veneziani] dalla corte di Vienna” (FIRPO, 1975: 781). La reticenza veneziana a prendere parte attiva agli affari d’Italia -la guerra della Quadruplice alleanza (1717-1720) aveva rimesso in questione gli equilibri mediterranei e peninsulari, ma Venezia era rimasta spettatrice- dissuadeva Madrid, secondo l’ambasciatore, dal tentare aperture diplomatiche. Irrigiditasi in una neutralità ormai apparentemente inscalfibile, Venezia si sottraeva al gioco degli equilibri, evitando rischi ma perdendo, forse, opportunità che in altre epoche non avrebbe esitato a cogliere. L’élite lagunare aveva fatto della neutralità la sua cifra distintiva, non mancando di giustificarla e di elogiarne le virtù, in una con l’avvedutezza del ceto dirigente che l’aveva adottata.

Qualche anno dopo il drammatico turning point della pace di Passarowitz, il patrizio veneziano Marco Foscarini (1696-1763) si diede alla stesura di un’operetta intitolata Della perfezione della Repubblica veneziana.[28] La tradizione del “mito”, e in particolare del tema ormai abusato e sempre meno convincente di Venezia quale ottima repubblica, riaffiorava sotto la penna di un politico di primo piano, che per un breve periodo avrebbe indossato, in età avanzata, la berretta dogale (1762-1763). Exempla tratti dalla classicità greca e romana si intrecciavano alle più recenti memorie di storia patria, in un panegirico volto a sostenere -secondo schemi sostanzialmente convenzionali- la superiorità della Repubblica veneziana sulla romana: giudizio che doveva non solo contribuire a instillare nei cittadini, e segnatamente nei patrizi, l’amore per la loro patria, ma anche rassicurare gli scettici sulla duratura vitalità degli ordinamenti veneziani malgrado le recenti burrasche. Rapide, ma non prive di interesse le allusioni alla recente politica di neutralità, riletta ovviamente in chiave auto-assolutoria come una grande dimostrazione di “prudenza” civile:

 

“Della prudenza poi del Senato veneziano la passata neutralità ne dà così grand’argomento, che quegli, che ne aspetta uno maggiore, aspetta cosa impossibile, e sopra l’umana capacità. Imperciocché sebbene non è quello stato l’esempio nuovo di tenersi indifferente nelle contese di due Potentati, mai però s’è veduta più ostinata, e atroce guerra di quella, né mai a noi più vicina, anzi in certa maniera dentro lo Stato nostro per i passaggi continui della milizia Alemana, e Francese; nelle quali congionture pur si soddisfece ad ognuna delle parti, e conservando la buona intelligenza di mezzo alle mortali loro diffidenze, si mantenne pacificamente, cosa rarissima ad accadere, tra gente armata la dignità del Principato; da che si vide, che in ogni tempo sono stati nella Repubblica uomini di singolare ingegno, e prudenza” (FOSCARINI, 1983: 206).

 

Del resto le vicende dell’ultima pace europea erano anche, per l’autore dell’operetta, storia di famiglia. Il plenipotenziario Sebastiano Foscarini, suo zio, deceduto in servizio all’Aja, era citato come esempio di probità, all’altezza di quegli “avi” che avevano fatta grande la Repubblica, e nel solco dei quali era opportuno muoversi affinché, Morea o no, Venezia vivesse felice e prospera all’ombra delle sue leggi (FOSCARINI, 1983: 207). La posizione di Foscarini ribadiva a oltranza le massime sulle quali la Repubblica aveva ormai da tempo fondato, o strumentalmente giustificato, il suo agire politico, malgrado la situazione fosse ormai mutata in modo radicale, stravolgendo un ordine al quale il patriziato si era adeguato sin dalla metà del ‘500. La graduale marginalizzazione della Repubblica nel contesto internazionale si consumava all’insegna della riproposizione di un modello che aveva mostrato tutti i suoi limiti.

 

 

 

Bibliografia

 

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[1] Peloponneso, conquistato nel corso di una guerra (1684-1699) che aveva visto la Repubblica stringere un’inedita alleanza (Sacra Lega) con l’Impero di Leopoldo I d’Asburgo e altri potentati cattolici grazie alla mediazione di papa Innocenzo XI.

[2] Si pensi al 1718, anno della pace di Passarowitz che sancì, in una con la restituzione della Morea alla Porta, la fine delle ambizioni espansionistiche veneziane nel Levante.

[3] Anche se non sempre decisivo quanto potrebbe apparire, malgrado il perdurante valore periodizzante dello snodo 1701-1714: si pensi ai problemi posti dalla situazione politica italiana, alla quale gli accordi di Utrecht non seppero dare sistemazione duratura (FRIGO, 2003).

[4] E non soltanto, come si vedrà più sotto, a causa delle note violazioni della sua neutralità da parte degli eserciti in lotta.

[5] Comunque, i veneziani erano rimasti tutt’altro che indifferenti ai sensazionali successi militari degli alleati ai danni dell’impero ottomano, traendone più di un motivo di preoccupazione e cercando di dissuadere il papa dal sussidiarli (CREMONINI, 1994: 315).

[6] Nicolò Erizzo svolse il suo incarico di rappresentanza alla corte di Versailles dal 1695 al 1699.

[7] Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei rettori, Brescia, b. 105, 30 marzo 1701.

[8] Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei rettori, Brescia, b. 105, 30 marzo 1701.

[9] Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei rettori, Brescia, b. 105, 30 marzo 1701.

[10] Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci dei rettori, Brescia, b. 105, 14 aprile 1701.

[11] Lucrezio (1636-1703) apparteneva a una delle principali famiglie della nobiltà bresciana. Titolari di feudi nei pressi del fiume Oglio, i Gambara si erano distinti nel Cinquecento e nel Seicento per i loro legami con la Curia romana, con gli Asburgo d’Austria e i piccoli e grandi principi dell’area padana (Pio, Pallavicini, Gonzaga, Farnese). Nel 1653, dietro versamento di una cospicua somma di denaro, Lucrezio e i suoi fratelli Annibale, Francesco, Nicolò, Marco Antonio e Carlo Antonio avevano acquisito per sé e i loro successori il diritto di accesso al patriziato veneziano, al quale soltanto, com’è noto, era riservato l’esercizio delle magistrature della Repubblica.

[12] Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Archivio Gambara di Verolanuova, b. 468, Vienna, Giuseppe Calvi a Lucrezio Gambara, 6 aprile 1701.

[13] Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Archivio Gambara di Verolanuova, b. 468, Vienna, Giuseppe Calvi a Lucrezio Gambara, 6 aprile 1701.

[14] L’opera uscì in due volumi, il primo dedicato alla storia di Venezia in tempo della Sacra Lega (1705), il secondo Ove insieme narrasi la guerra per la successione delle Spagne al re Carlo II (1716).

[15] Località situata tra la città di Verona e il lago di Garda.

[16] Oggi frazione del comune di Villa Bartolomea (Verona).

[17] Oggi Verolanuova, nella Bassa bresciana.

[18] Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Archivio Gambara di Verolanuova, b. 468, Brescia, Ludovica Gambara in Martinengo a Lucrezio Gambara, 5 agosto 1701.

[19] In questo sembra che Lucrezio Gambara fosse particolarmente fortunato, se si vuol dar credito alla lettera di un corrispondente da Brescia che si felicitava con lui “che la di lei venerabile, e nobilissima casa venga tratata con quel rispetto, che si richiede ha [sic] così illustre famiglia, senza ricevere alcun disturbo dalle truppe alemane, che passano e ripassano”; probabilmente il mittente coglieva nel segno quando scriveva di augurarsi che “[Vostra Eccellenza] continui ha [sic] godere la medema felicità per li riguardi delle tante adherenze, che tiene nella Germania”; Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Archivio Gambara di Verolanuova, b. 468, Brescia, 3 settembre 1701.

[20] Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Archivio Gambara di Verolanuova, b. 468, San Vito (frazione di Bedizzole, provincia di Brescia), 5 agosto 1701.

[21] Archivio di Stato di Brescia, Archivio Storico Civico, Archivio Gambara di Verolanuova, b. 468, 19 settembre 1701.

[22] Mare Adriatico.

[23] D’altra parte, già la pace di Carlowitz (1699) era stata resa possibile dalla mediazione anglo-olandese, anche in ragione dei sempre più cospicui interessi commerciali che le potenze marittime detenevano in un’area tradizionalmente di pertinenza veneto-ottomana.

[24] Che con la pace di Utrecht avrebbe acquisito, come noto, un’inedita proiezione insulare e marittima nel cuore del Mediterraneo, di cui la Sicilia e Napoli erano i baluardi; non si ignori inoltre il ruolo cruciale riservato da casa d’Austria al porto di Trieste proprio a partire dal XVIII secolo.

[25] Archivio di Stato di Venezia, Senato, Dispacci degli ambasciatori, Signori Stati (Olanda) Utrecht, f. 4, L’Aja, 8 aprile 1712.

[27] Come noto, la monarchia asburgica avrebbe stipulato con la Francia la pace di Rastatt (1714) e il Sacro Romano Impero avrebbe fatto altrettanto, qualche mese dopo, col trattato di Baden.

[28] L’opera, che ebbe senz’altro circolazione manoscritta, è stata pubblicata solo nel 1983 dalla casa editrice milanese FrancoAngeli assieme a un altro scritto dello stesso autore dedicato alla Necessità della storia.

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