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Magallánica : revista de historia moderna - Año de inicio: 2014 - Periodicidad: 2 por año
https://fh.mdp.edu.ar/revistas/index.php/magallanica - ISSN 2422-779X (en línea)

Recensione di VILLANI S., (2022). Making Italy Anglican: Why the Book of Common Prayer Was Translated into Italian. New York: Oxford University Press. 312 pp. ISBN N° 978-0197587737.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Condone*

Università degli Studi della Repubblica di San Marino, San Marino

a.condone@studio.unirsm.sm

 

 

Recibido:        31/10/2022

Aceptado:       28/11/2022

 

 

Palabras clave: Libro Común de Rezos; edición; traducción italiana; fracaso.

 

Parole chiave: Book of Common Prayer; edizioni; traduzioni in lingua italiana; fallimenti.

 

Key Words: Book of Common Prayer; editions; italian translations; failures.

 

 

 

 

 

Il volume di Stefano Villani, Making Italy Anglican: Why the Book of Common Prayer Was Translated into Italian, costituisce il risultato finale di una lunga e proficua ricerca, avviata dall’autore quasi venti anni fa, con la presentazione, nel 2003, di un paper intitolato “Baptism in the Book of Common Prayer”. In un certo senso, questa monografia si presenta come una storia di fallimenti, legati ad alcune traduzioni del Book of Common Prayer realizzate tra il XVII e i primi anni del XX secolo, i cui protagonisti furono diplomatici, mercanti, editori e uomini di fede. E nel narrare questa storia, l’Autore fornisce un prezioso contributo alla storia della traduzione e della ricezione italiana dei testi liturgici inglesi.

Lo studio ha il pregio di rendere subito chiaro, a partire dall’impostazione, e anche grazie al fitto ed esaustivo sistema di note, appendici e riferimenti, quale sia stato il percorso di ricerca svolto dall’Autore. La metodologia impiegata dall’Autore si rivela capace di coniugare scientemente le fonti archivistiche più disparate, quelle a stampa e i più recenti elaborati bibliografici; è un quadro storico estremamente chiaro e ben delineato. Il contributo di Villani, infatti, è in grado di evidenziare aspetti essenziali che non sono ancora stati affrontati in una prospettiva così ampia.

Nel primo capitolo Villani passa in rassegna le ragioni che portarono alla prima traduzione del testo liturgico anglicano, che sfortunatamente non fu mai edita. Tale traduzione fu il frutto di un complesso e instabile gioco politico, diplomatico e religioso che aveva l’obiettivo di limitare l’influenza politica e religiosa della Santa Sede sulla Serenissima e, al contempo, di rafforzare il potere del partito dei giovani.  Tali obiettivi, che passarono anche per una terribile guerra dei libelli con lo Stato Pontificio e una circolazione incontrollata dell’informazione, si precisarono nel comune disegno di Bedell, Wotton, Diodati e, seppur senza reale convinzione, di Micanzio e Sarpi di istituire una religione civile, «without pope» (p. 25), a Venezia (per saperne di più sulla Guerra dei Libelli e sul progetto sarpiano vedi DE VIVO, 2012 e FRAJESE, 1994). Il rapporto instaurato tra questi personaggi rende tanto più importante e significativo, come ben messo in luce dall’Autore, la precipitosa fine del progetto di portare Venezia nel campo calvinista (pochi mesi dopo l’uscita dello studio di Villani è stato pubblicato un nuovo contributo su questi temi: DAVIES, 2022: 334-347).

Il secondo capitolo si configura come una continuazione, da parte di Villani, di alcuni suoi studi passati, nei quali figurava l’ambigua figura di Amidei era presente.  Infatti, le pagine di questo capitolo si concentrano soprattutto sulla personalità di questo presunto ebreo convertito al cristianesimo, che, come egregiamente evidenziato dall’Autore, si trasferì in Inghilterra in clima politico e culturale favorevole agli ebrei (p. 51). L’autore, in particolare, mette in risalto le ragioni secolari che spinsero Amidei a lavorarea una nuova versione italiana Book of Common Prayer forse plagiata da Bedell, ossia la necessità di procurarsi un prestigioso protettore nella persona di John Covel, vicecancelliere presso l’Università di Oxford (per saperne di più su Covel consulta GRÉLOIS, 1998).

Il terzo capitolo offre un’accurata analisi della storia della Chiesa italiana a Londra a partire dal 1550. Villani mette bene in risalto come tale congregazione, nonostante fosse protestante, fu sempre cosa ben distinta da quella anglicana, a dispetto di alcuni tentativi di anglicizzazione da parte della Chiesa d’Inghilterra. Dopo decenni di alterne fortune dovute alla sua esigua composizione numerica, questa comunità andò incontro a una certa rivalutazione politica e strategica negli anni dell’esperimento veneziano di Wotton e Sarpi. Tale fortunata parentesi fu però di breve durata e la piccola congregazione fu sempre fragile e instabile. Il declino della Chiesa italiana Londra è esemplificato dal fatto che a partire dal 1652 e per ben quattro anni, essa fu priva di un ministro. La possibilità di predicare in lingua italiana in quegli anni fu concessa a ministri di altre Chiese, Giovan Battista Stoppa, ministro della Chiesa Francese a Londra. Un nuovo ministro della Chiesa italiana fu nominato solo nel 1656: l’ufficio fu affidato al francese Philippe de Bresman, che mantenne tale ruolo sino al 1662, anno in cui la congregazione smise di essere attiva. 

Il quarto capitolo si concentra sulla traduzione italiana del Book of Common Prayer del 1685 voluta da Edward Brown sulla base dell’edizione inglese del 1662. Villani, nel secondo paragrafo di questo capitolo, ipotizza che la ripresa della propaganda anticattolica, da un lato, e l’esaltazione della figura di Sarpi, dall’altro, furono tra i principali motivi che spinsero Brown a optare per una nuova traduzione integrale del testo liturgico. Un’ulteriore ragione alle spalle della traduzione era anche la dichiarata volontà di Brown di formare nuovamente la congregazione italiana protestante a Londra. Inoltre, a partire da una rielaborazione di un suo precedente intervento (VILLANI, 2008: 24-45), l’Autore sottolinea come l’idea di Brown di pubblicare una nuova traduzione della bibliografia del Servita tradisca la persistenza di una certa popolarità dello statista veneziano in alcuni circoli culturali inglesi, come analizzato anche in tempi recenti da Nicla Riverso e anche da Mario Infelise per la Francia del XVII secolo (RIVERSO, 2016 e INFELISE, 2021: 97-120).

Il quinto capitolo passa accuratamente in rassegna i tentativi di riformare la Chiesa protestante italiana a Londra messi in atto a partire dal 1690. L’autore mette in luce come tali sforzi furono probabilmente motivati dalla maggiore attenzione inglese alla penisola italiana dopo l’applicazione dell’Editto di Fontenbleau da parte del Duca di Savoia, e dal conseguente pericolo della comunità protestante valdese. Tuttavia, l’arrivo di finanziamenti per la predicazione in lingua italiana si risolse in un nulla di fatto, come lamentato anche da Laurentio Casotti nel 1708. Anche quando Casotti iniziò a predicare, infatti, la maggioranza degli spettatori erano semplicemente inglesi interessati a imparare la lingua in vista del Gran Tour: “Indeed, the eighteenth-century Italian translations of the Book of Common Prayer are closely related to the development of the Grand Tour in Italy…” (p. 82). Tuttavia, è interessante notare come lo stesso Casotti pubblicò nel 1709 un testo utile all’apprendimento della lingua italiana (CASOTTI, 1709), verosimilmente a causa della popolarità che essa aveva raggiunto.

Nel sesto capitolo l’autore osserva come l’interesse inglese per la lingua italiana, motivato da fini turistici, fece sì che in breve tempo fossero pubblicate due edizioni del messale anglicano: una nel 1733 da parte di Gordon, sulla base di quella di Brown e Cappello e una nel 1796 da parte di Montucci e Valletti, poi ripresa e opportunamente accresciuta con traduzioni proprie nel 1820 da Giovanni Battista Rolandi. Villani mette in evidenza, comunque, che anche lo spirito missionario fu comunque uno degli elementi alla base del propagarsi di nuove stampe. Per esempio, nel 1820 fu formata la Prayer Book and Homily Society, un’associazione con l’obiettivo di distribuire un maggior numero di copie del breviario anglicano; allo stesso clima vanno ascritte anche le due edizioni di Bagster, una poliglotta e l’altra esclusivamente italiana, risalenti al 1821. A dispetto di ogni sforzo divulgativo, comunque, la strategia missionaria inglese non risultò mai particolarmente efficace: benché si assistette effettivamente a un moltiplicarsi di chiese anglicane in Italia, queste ultime officiavano il loro rito in lingua inglese ed erano poco o per nulla frequentate da italiani.

Nel settimo capitolo, Villani si sofferma innanzitutto sull’edizione del Book of Common Prayer edita nel 1831 da George Frederick Nott (VILLANI, 2012) e finanziata dal SPCK. Tale edizione non fu dovuta a ragioni religiose, ma alla necessità di Nott di giustificare una permanenza decennale in Italia lontano dai suoi doveri curiali. All’interno di questo capitolo particolarmente suggestivo è il terzo paragrafo che si concentra sull’utilizzo della parola sacerdote per tradurre i termini minister e priest, una scelta che diede adito a svariate critiche a causa della nozione di sacrificio, implicita nel termine sacerdote e contraria alle norme dottrinali anglicane. L’Autore evidenzia come lo stesso Nott, per orgoglio, impedì che fosse pubblicata una nuova edizione della sua traduzione, che pure avrebbe potuto porre fine alla controversia.

L’ottavo capitolo pone innanzitutto l’attenzione sul moltiplicarsi delle edizioni italiane del missale anglicano negli anni quaranta del XIX secolo. In quegli anni, infatti, videro la luce molte edizioni italiane del Book, per esempio quella, risalente al 1841, a opera di Evans e Di Menna, oppure quella edita a Malta, centro nevralgico per i missionari nel Mediterraneo[1], nel 1847 a opera di un certo Mr. Davies. Nell’ambito degli sforzi inglesi per de-cattolicizzare l’Italia, ci fu anche il fallimentare tentativo britannico di trasformare in una chiesa protestante la comunità valdesi. Negli ultimi due paragrafi l’Autore concentra la propria attenzione sui tentativi inglesi di convertire gli esuli italiani che erano arrivati in Inghilterra negli anni venti del Diciannovesimo secolo.

Il nono capitolo delinea i tentativi di evangelizzazione protestante dei gruppi missionari anglicani attivi nell’Italia postunitaria. L’Autore mette in evidenza come tali gruppi non riuscirono mai nel loro intento di creare una Chiesa nazionale italiana di stampo neo-sarpiano. Il fallimento è illustrato in modo particolarmente sagace dallo Studioso negli ultimi tre paragrafi. Infatti, nonostante le speranze inglesi, gli italiani ignorarono completamente il movimento antipapale dei vecchi cattolici, formarono poche e scarne congreghe anglicane destinate a breve vita, e il loro unico tentativo di istituire una Chiesa nazionale sotto la guida di X si risolse nella riconversione al cattolicesimo di quest’ultimo.

Nel decimo e ultimo capitolo del saggio, l’Autore si concentra sull’utilizzo di versioni italiane del Book of Common Prayer da parte della Chiesa anglicana in Inghilterra e di quella Episcopale negli Stati Uniti al fine di prestare soccorso spirituale agli immigrati italiani. Questi sforzi portarono a risultati non completamente marginali, come per esempio la fondazione della Church Mission to Italians in England a Londra, e la creazione della prima Congregazione Episcopale di lingua italiana a New York nel 1877. Sempre per le necessità della Chiesa Episcopale, furono pubblicate in rapida successione tre nuove edizioni italiane del Book of Common Prayer: nel 1873, nel 1879 e nel 1903. Tuttavia, i risultati di questo proselitismo furono assai scarsi; infatti, furono costruite solamente una dozzina di congregazioni.

Nelle conclusioni del suo libro, l’Autore mette in luce come la continua serie di insuccessi da parte inglese fu dovuta alla sostanziale incomprensione dei britannici della cultura italiana, di cui il cattolicesimo era parte essenziale. Così facendo, il libro approfondisce un elemento finora trascurato nell’ambito degli studi sui rapporti anglo-italiani, e di certo costituirà un tassello essenziale per la bibliografia di tutti gli storici che vorranno affacciarsi su questi temi.

 

 

 

Bibliografia

CASOTTI, L., (1709). A new Method of Teaching the Italian Tongue to Ladies and Gentlemen. Wherein all the Difficulties are Explain'd in Such a Manner, That Every one, by ... Tongue to Perfection, ... By Mr. Casotti, Londra, E. Everingham, and sold by James Round; and by Joseph Archez [sic], and by the bookseller in St James's Street, near St. James's Palace.

DAVIES, E., (2022). “Reformed but not converted: Paolo Sarpi, the English mission in Venice and conceptions of religious change”. Historical Research, Nº 95, pp. 334-347.

DE VIVO, F., (2012). Patrizi, informatori, barbieri: politica e comunicazione a Venezia nella prima età moderna, Milano: Feltrinelli.

FRAJESE, V., (1994). Sarpi scettico. Stato e Chiesa a Venezia tra Cinque e Seicento, Bologna: Il Mulino.

GRÉLOIS, J., (1998). John Covel. Voyages en Turquie, 1675-1677. Texte établi, annoté et traduit par Jean-Piere Grélois, avec une préface de Cyril Mango, Parigi: P. Lethielleux.

INFELISE, M., (2021). “Nuove ricerche sulla fortuna editoriale di Paolo Sarpi (Francia: fine XVII secolo)”. In: A. BARZAZI, C. PIN, (Coords.), A proposito di Sarpi. L’Inquisizione, il concilio di Trento (pp. 97-120), Venezia: Istituto Veneto di Scienze.

RIVERSO, N., (2016). “Paolo Sarpi: The Hunted Friar and his Popularity in England”. Annali d'Italianistica, Nº 34, pp. 297-318.

VILLANI, S., (2008). “La prima edizione in italiano del Book of Common Prayer (1685) tra propaganda protestante e memoria sarpiana”. Rivista di storia e letteratura religiosa, Nº 44, pp. 24–45.

VILLANI, S., (2012). George Frederick Nott (1768-1841). Un ecclesiastico anglicano tra teologia, letteratura, arte, archeologia, bibliofilia e collezionismo. Rome: Accademia Nazionale dei Lincei.

 



* ID ORCID: s/n.

[1] Per saperne di più sull’importanza di Malta come centro di propagazione dell’anglicanesimo nel Mediterraneo vedi i documenti della Church Missionary Society, di cui l’isola era il vero e proprio centro operativo, oggi conservati nei The National Archives.

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